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Indennizzo, il tetto scende a 24 mensilità

di Nicoletta Picchio

ROMA
Sono due righe, a pagina 19 del testo, verso la fine dell'articolo 14, dedicato alla «flessibilità in uscita e alle tutele del lavoratore». Ed è la novità dell'ultima versione della riforma, quella «manifesta insussistenza» del licenziamento, ipotesi per la quale scatta il reintegro, il frutto della mediazione del vertice politico di martedì notte.
Non c'era nella versione precedente del testo, e di fatto concretizza una nuova tipologia, quell'«area grigia», come l'ha definita il ministro del Welfare, Elsa Fornero, nella conferenza stampa di ieri pomeriggio, e cioè quei «licenziamenti stravaganti mascherati da licenziamenti economici», non «ricompresi» nelle casistiche dei licenziamenti economici, discriminatori o nulli, disciplinari.
Se l'azienda, quindi, attua un licenziamento per giustificato motivo oggettivo, cioè economico, di cui il giudice accerta la «manifesta insussistenza», scatta il reintegro. Se poi durante il giudizio «sulla base della domanda formulata dal lavoratore», cui spetta la prova, il licenziamento pretestuoso risulta determinato da ragioni discriminatorie o disciplinari, si applicano le tutele previste dalla riforma: e cioè sempre il reintegro per le motivazioni discriminatorie, indennizzo o reintegro in base alle nuove regole sui disciplinari.
Prima di questa novità, arrivata nelle ultime ore, per il licenziamento per motivi economici illegittimi la riforma prevedeva solo l'indennizzo economico: nel precedente testo si indicava una forchetta tra le 15 e 27 mensilità, in quest'ultima versione, mandata al Capo dello Stato, il tetto scende a 12 e a 24 mensilità.
Per quanto riguarda i licenziamenti disciplinari illegittimi (giustificato motivo soggettivo o giusta causa) la soluzione che nei fatti è prioritaria è l'indennizzo economico, sempre con il tetto tra le 12 e le 24 mensilità. Il reintegro viene previsto solo in tre casi: perché il fatto contestato non sussiste; perché il lavoratore non lo ha commesso; perché il fatto rientra nei comportamenti che sono punibili con una «sanzione conservativa», cioè mantenendo il posto di lavoro, sulla base delle «tipizzazioni di giustificato motivo soggettivo e giusta causa previste dai contratti collettivi di lavoro». Possono essere quindi sanzioni, multe o simili. Ma c'è comunque, in base al contratto, il diritto a mantenere il posto di lavoro.
In caso di reintegro, il datore di lavoro deve pagare un'indennità risarcitoria commisurata all'ultima retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell'effettiva reintegrazione (deducendo ciò che il lavoratore ha percepito in questo lasso di tempo facendo altri lavori).
Comunque, ed è una novità, quest'indennità risarcitoria non può superare le 12 mensilità. Un modo per superare gli effetti dannosi per le imprese dei tempi lunghi dei contenziosi, anche se ci sarà un intervento del Governo ad hoc per limitarli.
Proprio per ridurre il contenzioso, come ha sottolineato il ministro del Welfare, viene prevista la conciliazione: una procedura che ha una durata di 20 giorni e avviene presso la Direzione territoriale del lavoro, con il coinvolgimento del sindacato (vedi altro articolo in pagina).
In caso di licenziamenti discriminatori o nulli (matrimonio, maternità, motivi politici, di razza, convinzioni religiose ecc), l'articolo 18 resta nella sua applicazione e si prevede esclusivamente il reintegro, una tutela già prevista per tutte le aziende, anche quelle sotto i 15 dipendenti.

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