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Indennizzi Pinto, notifica pesante

Il decreto di condanna al pagamento dell’indennizzo per il processo troppo lungo va notificato al ministero della Giustizia insieme al ricorso; altrimenti sarà dichiarato inefficace. Lo afferma la Corte d’appello di Napoli (Presidente De Tullio, relatore Cataldi) con ordinanza del 5 novembre.
La parte di un processo che aveva avuto una durata irragionevole aveva proposto ricorso al presidente della Corte d’appello per ottenere la liquidazione della somma prevista a titolo di equa riparazione in base alla legge Pinto (89/2001). Seguendo la nuova procedura introdotta dal decreto legge 83/2012, la domanda era stata valutata senza contraddittorio ed era stata accolta con un provvedimento simile al decreto ingiuntivo. In particolare, era stato ingiunto al ministero della Giustizia di pagare la somma al ricorrente che aveva patito le conseguenze del processo troppo lungo.
Secondo l’articolo 5 della legge 89 del 2001 (modificato dal Dl 83/2013), il decreto che accoglie anche solo in parte la domanda deve essere notificato, insieme al ricorso, in copia autentica al ministero nei cui confronti la domanda è stata proposta. Il ministero passivamente legittimato non ha difatti alcuna conoscenza della domanda di equa riparazione se non dopo il suo eventuale accoglimento e dopo l’eventuale notifica curata dal ricorrente.
Quindi, se il ricorrente non provvede alla notifica all’amministrazione del decreto entro 30 giorni dal deposito in cancelleria, il decreto diventa inefficace e la domanda di equa riparazione si consuma definitivamente e non può essere riproposta.
Nel caso esaminato dalla Corte d’appello di Napoli, il ricorrente aveva notificato il solo decreto e non anche la copia dell’originario ricorso. Il ministero aveva allora proposto opposizione sostenendo che il decreto doveva essere dichiarato inefficace perché nel termine perentorio non era stato notificato anche il ricorso.
La Corte d’appello ha accolto l’opposizione. I giudici hanno evidenziato che lo scopo della «imprescindibile notifica, oltre che del decreto, anche del ricorso» è quella di consentire al ministero una «lettura congiunta dei due atti». Solo così potrà infatti «valutare, dal proprio punto di vista, la fondatezza o meno della pretesa avversa, la correttezza o meno della decisione e valutare conseguentemente l’opportunità di proporre o meno l’opposizione».
Il ricorrente aveva sostenuto che il decreto, proprio perché deve essere motivato, si prefigura come atto «autosufficiente», così da rendere la notifica anche del ricorso un adempimento non essenziale. Ma la Corte respinge questo argomento segnalando che «anche il decreto più analitico e motivato potrebbe incorrere in un vizio di ultra petizione, rilevabile unicamente dal raffronto con la domanda contenuta nel ricorso».
Migliore fortuna non ha avuto un’altra difesa formulata dal ricorrente contro la tesi del ministero. Segnalando alla Corte il richiamo dell’articolo 5 della legge 89/2001 all’articolo 640 del Codice di procedura civile, il ricorrente ha sostenuto che l’opposizione aveva dato vita a un giudizio ordinario di cognizione, così come accade con la proposizione dell’opposizione a decreto ingiuntivo; pertanto, aveva chiesto che comunque i giudici si pronunciassero non sull’efficacia del decreto ma sulla fondatezza della sua richiesta di indennizzo.
Ma sulla base della stessa norma richiamata, la Corte ha sottolineato che l’opposizione al decreto in base alla legge Pinto non può aprire un giudizio ordinario a cognizione piena, visto che è disciplinato nelle forme del giudizio camerale regolato dall’articolo 737 del Codice di procedura civile e visto che contempla espressamente casi di inefficacia sopravvenuta, preclusivi dell’esame dell’originaria fondatezza della domanda.

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