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Indennità-reintegro: cosa cambia

di Giorgio Pogliotti

ROMA
La novità più significativa, introdotta dopo il vertice con i leader politici, nel Ddl sulla riforma del mercato del lavoro riguarda le sanzioni per i licenziamenti economici illegittimi. È previsto, infatti, che il giudice disponga la reintegrazione quando viene accertata la «manifesta insussistenza del fatto» che è alla base del licenziamento.
Su questo punto si è consumato un lungo braccio: la formulazione finale è frutto di un compromesso, tra il Pd che – d'accordo con i sindacati – premeva per l'introduzione della reintegrazione e il Pdl favorevole al solo indennizzo. La mediazione si è trovata nella formulazione secondo cui il giudice «può altresì applicare» (il Pd avrebbe voluto inserire la parola «deve», ma la sostanza non sembra diversa), raggiunta in cambio di alcune concessioni sulla flessibilità in entrata e della riduzione dell'indennità per i lavoratori illegittimamente licenziati (rispetto alle originarie 15-27 mensilità omnicomprensive si è scesi a 12-24 mesi). Nel nuovo articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è previsto un doppio binario tra indennizzo e reintegro che scatta in determinate circostanze (quella già citata per i licenziamenti economici, in alcuni casi per i disciplinari e sempre per i discriminatori).
Ma iniziamo a vedere le novità per il cosiddetto licenziamento economico, il licenziamento per giustificato motivo oggettivo dovuto a ragioni inerenti all'attività produttiva, all'organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa. Prendiamo il caso di un datore di lavoro che licenzia il portinaio sostenendo che deve togliere il servizio di portineria. Per evitare il contenzioso si tenta una soluzione nell'ambito della conciliazione che però fallisce, e si va davanti al giudice. Il magistrato in prima battuta valuta la legittimità del licenziamento; se lo considera valido il lavoratore non avrà diritto a percepire nulla, salvo il preavviso, esattamente come accade oggi. Se, invece, il giudice lo considera illegittimo si pone il problema di come sanzionare l'impresa: il pagamento di un indennizzo (tra 12 e 24 mesi) nel Ddl è la "norma" generale, fatta eccezione per le situazioni di «manifesta insussistenza del fatto» posto alla base del licenziamento. Continuando con l'esempio, il giudice scopre nel corso del dibattimento, di fronte alle prove documentali fornite dal datore di lavoro, che il motivo del licenziamento è del tutto pretestuoso, è stato completamente inventato dal momento che si sta assumendo un altro portinaio: viene ordinata la reintegrazione. «Quel "può" significa in realtà "deve" – spiega l'avvocato Arturo Maresca -, non c'è discrezionalità da parte del giudice in questa fattispecie, che viene delimitata in modo chiaro ed è assolutamente residuale. La frase, peraltro, è collegata al capoverso precedente dell'articolo 14 relativo ai casi i cui "il giudice applica" la reintegrazione». Si tratta di un cambiamento importante dal momento che oggi, quando il giudice annulla il licenziamento perché accerta l'insussistenza del giustificato motivo oggettivo addotto dal datore di lavoro, scatta automaticamente la reintegrazione indipendentemente dal motivo del licenziamento, con il pagamento degli arretrati, comprensivi dei contributi.
C'è un'altra possibilità prevista dal Ddl; se nel corso del giudizio «sulla base della domanda formulata dal lavoratore», il licenziamento risulti motivato non da ragioni economiche, ma discriminatorie o disciplinari, verranno applicate le «relative tutele» previste dall'articolato. Che per i licenziamenti discriminatori (razza, religione, sesso, politica) conferma l'obbligo della reintegrazione per tutte le imprese, comprese quelle sotto i 15 dipendenti che sono fuori dal campo di applicazione dell'articolo 18. Mentre i licenziamenti disciplinari (inadempimento degli obblighi contrattuali, abbandono ingiustificato del posto di lavoro, reiterate violazioni), secondo il Ddl sono puniti con la reintegrazione quando il giudice accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa perché il fatto contestato non sussiste, o il lavoratore non lo ha commesso, o perché il fatto rientra tra i comportamenti punibili in modo più "lieve" dalle leggi, o dai contratti collettivi (si veda l'articolo a fianco). Il datore di lavoro deve anche versare gli arretrati, ma con un tetto di 12 mensilità, oltre ai contributi. Non deve più accollarsi, quindi, le maggiori spese che oggi gravano sull'impresa a causa della lunghezza dei processi. Il lavoratore potrà comunque decidere di rinunciare al posto di lavoro, facendosi pagare 15 mensilità, come accade oggi. In tutte le altre ipotesi di licenziamenti disciplinari illegittimi secondo il Ddl scatta il licenziamento e il datore di lavoro è condannato al pagamento di un'indennità risarcitoria omnicomprensiva tra 12 e 24 mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto (considerando l'anzianità del lavoratore, il numero di dipendenti occupati, le dimensioni dell'impresa).

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