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Indagini bancarie, il contraddittorio non c’è sempre

Contraddittorio obbligatorio anche per le indagini finanziarie ma non se il conto è intestato a un terzo diverso dal contribuente. È il principio che emerge dalla sentenza 4314/2015 della Cassazione, depositata ieri.

La controversia

La vicenda trae origine da alcuni avvisi di accertamento emessi a seguito di indagini sui conti correnti dei soci di una Sas (società in accomandita semplice).
I provvedimenti sono stati impugnati in Commissione tributaria evidenziando plurime violazioni di diritto. Il ricorso ha, infatti, eccepito che l’autorizzazione alle indagini fosse carente di motivazione e non era stata allegata all’avviso di accertamento. Inoltre era sollevata la violazione del diritto di contraddittorio, oltre che un vizio di motivazione dell’atto, poiché l’ufficio si era limitato ad un mero rinvio al pvc (processo verbale di constatazione) tralasciando ogni valutazione in proposito.
Entrambi i giudizi di merito hanno confermato la legittimità della pretesa. Così la società e un socio hanno presentato ricorso per Cassazione, riproponendo i vizi già rilevati nei gradi precedenti. Ma la Suprema corte ha rigettato integralmente il ricorso e ha confermato l’interpretazione sulla rilevanza degli esiti delle indagini finanziarie.
Innanzitutto, ha ribadito che l’autorizzazione ha la funzione di consentire all’autorità gerarchicamente sovraordinata di verificare la richiesta di accesso ai conti correnti. Sebbene è condizione di legittimità dell’attività istruttoria, non c’è alcun obbligo né di allegazione al provvedimento successivamente emesso né di motivazione della richiesta.
I giudici di legittimità hanno poi affrontato la questione dell’estendibilità a terzi soggetti diversi dal contribuente, precisando che dalla lettura dell’articolo 32 del Dpr 600/1973 non è indicata alcuna limitazione. È abbastanza logico, infatti, pensare che il contribuente possa depositare su conti altrui i proventi sottratti a tassazione.
La Cassazione si è poi soffermata sull’obbligo di contraddittorio preventivo in tema di indagini bancarie. Ha precisato che l’esigenza di riconoscere tale diritto tiene conto dei principi affermati dalla giurisprudenza comunitaria secondo i quali va riconosciuto ogni volta che l’amministrazione finanziaria deve adottare un provvedimento lesivo nei confronti di un soggetto.
La Sezioni unite della Suprema Corte hanno dato attuazione a tali principi con le sentenze 26635/2009 (in tema di parametri), 18184/2013 (sull’articolo 12 dello Statuto del contribuente) e 19667/2014 (sull’iscrizione ipotecaria conseguente al ruolo).
Pur non contrastando tale orientamento, il collegio ha ritenuto infondata la richiesta di illegittimità dell’atto per violazione del contraddittorio preventivo. Le indagini bancarie erano state svolte anche su conti intestati a un socio diverso dai ricorrenti e, proprio questi ultimi, nella difesa, evidenziavano la loro estraneità. Di conseguenza, ad avviso dei giudici, il presupposto per l’instaurazione del contraddittorio preventivo è la riferibilità del contribuente ai conti oggetto di controllo. Ciò in quanto solo in tale ipotesi può esistere un soggetto in grado di fornire le giustificazioni dei movimenti. Qualora, invece, venga negato ogni collegamento, non vi può essere alcuna esigenza di «contraddire» preventivamente con l’amministrazione.
Proprio l’estraneità ai conti, così come rilevato dai ricorrenti, impediva ogni possibile giustificazione in proposito.

Gli effetti

Il chiarimento conferma, di fatto, la necessità che anche per le indagini bancarie sia attivato il contraddittorio preventivo e che il contribuente sia così informato, prima dell’emissione dell’atto, delle conclusioni cui è giunto l’ufficio. Tuttavia va comunque sottolineato come nel caso esaminato l’accertamento sia comunque stato ritenuto fondato nonostante il riconosciuto vizio e la palese estraneità al conto del soggetto terzo.

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