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Indagini bancarie a tutto campo

Le indagini bancarie possono essere effettuate anche nei confronti di privati che non svolgono un’attività commerciale, o professionale. A fornire questa rigorosa interpretazione è la Corte di Cassazione con la sentenza 22514 depositata ieri.
La pronuncia trae origine da un ricorso per cassazione presentato da un contribuente (presidente del consiglio di amministrazione di una cooperativa) nei cui confronti erano stati eseguiti accertamenti bancari. Nel ricorso lamentava, tra l’altro, che il fisco poteva svolgere le indagini in questione solo nei confronti di imprenditori o professionisti e non anche di privati, come era avvenuto nella specie avendo acquisito i dati e gli elementi relativi ai propri conti personali.
La Cassazione, ribaltando la decisione di secondo grado che aveva dato ragione al contribuente, ha affermato che una tale limitazione dell’ambito applicativo della disciplina sulle indagini bancarie, circoscritta cioè solo a coloro che esercitano attività imprenditoriali o professionali, è priva di qualsivoglia riscontro normativo.
La questione affrontata dalla Suprema Corte è particolarmente importante sia perché, di sovente, è posta in dubbio la facoltà di eseguire indagini finanziarie anche a privati non titolari di partita Iva (salvo evidentemente non sia presunta un’attività commerciale o professionale in totale evasione di imposta), sia perché, in questo periodo, sono stati preannunciati controlli ai fini dell’accertamento sintetico/redditometrico anche ai privati che non necessariamente svolgono un’attività di impresa o professionale.
In effetti la norma che prevede l’esecuzione degli accertamenti bancari ai fin delle imposte sui redditi (art. 32 del Dpr 600/73) non pare escludere, tra i soggetti passivi, i privati non imprenditori. L’articolo 32 del Dpr 600/73, al punto 2 dispone che i dati ed elementi attinenti ai rapporti ed alle operazioni risultanti dai conti, sono posti a base delle rettifiche e degli accertamenti previsti anche dall’articolo 38 (che riguarda tutte le persone fisiche) se il contribuente non dimostra che li ha considerati per la determinazione del reddito soggetto ad imposta ovvero che non hanno rilevanza allo stesso fine.
La questione molto delicata, quindi, una volta ritenute estensibili anche ai privati le indagini finanziarie – come sostiene la Cassazione – è se, e in che termini, trovano applicazione nei confronti delle persone fisiche, che non svolgono attività commerciali e professionali (si pensi ai dipendenti, pensionati, ecc.) le presunzioni previste in materia sui prelevamenti e i versamenti
È evidente infatti che, ritenendo applicabili tali presunzioni di fatto, ancorchè implicitamente, si obbligano anche i privati a conservare le “giustificazioni” di tali operazioni e, in particolare, per i prelevamenti.
La norma sul punto prevede che sono posti come ricavi o compensi, i prelevamenti o gli importi riscossi se il contribuente non ne indica il soggetto beneficiario e semprechè non risultino dalle scritture contabili.
L’Agenzia, nella circolare 32/E del 2006 (par. 5.1) era stata chiara a questo proposito: l’espresso richiamo della norma alle ordinarie tipologie di accertamento comporta che l’operatività delle presunzioni si estende, almeno dal lato dei versamenti, alla generalità dei soggetti passivi e delle diverse categorie reddituali. Invece, stante il riferimento normativo alle scritture contabili, per i prelevamenti, secondo l’Agenzia, detta presunzione trova applicazione solo nei confronti dei soggetti obbligati alla tenuta delle stesse scritture, e quindi solo nel caso in cui sia configurabile un’attività economica, anche di natura professionale.
La Cassazione sul punto non prende specifiche posizioni ma sembrerebbe non fare alcun distinguo tra i vari soggetti passivi, il che farebbe ipotizzare un’estensione generalizzata ai privati anche delle presunzioni sui prelevamenti e versamenti.

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