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Incroci azionari stampa-tv, la censura dell’Antitrust

di Mario Sensini 

ROMA— Attribuire al presidente del Consiglio il potere di prorogare o meno oltre il 31 marzo l’attuale divieto di incroci azionari tra stampa e tv è «inopportuno» , perché rimette in ballo il conflitto di interessi del premier. Il pasticcio del decreto milleproroghe si complica: ieri, con una segnalazione ufficiale trasmessa al governo e ai presidenti delle Camere, è arrivata la presa di posizione dell’Antitrust, deputata anche al vaglio dei conflitti di interesse dei membri del governo. Una censura netta. «La disciplina di un settore sensibile come quello editoriale richiedeva un atteggiamento di precauzione che evitasse l’attribuzione di ogni potere discrezionale in capo al presidente del Consiglio» sottolinea l’autorità. Il motivo è fin troppo banale: «L’adozione o la mancata adozione dell’atto di proroga, anche senza integrare automaticamente una fattispecie di conflitto di interessi, dovranno essere valutati — si legge in una nota — per verificare l’incidenza specifica e preferenziale sul patrimonio del presidente del Consiglio e il danno per l’interesse pubblico» . Una soluzione, dunque, «inopportuna» . Non bastassero le già feroci polemiche tra maggioranza e opposizione seguite al varo del Milleproroghe. La proroga del divieto era stata prevista inizialmente per tutto il 2012, con l’esplicito parere favorevole dell’Antitrust in considerazione della maggior tutela del pluralismo dell’informazione. Ma con il maxiemendamento del governo, seguito alle osservazioni del Quirinale, il termine del divieto è stato portato al 31 marzo con la previsione di una ulteriore proroga. Nessuno ha spiegato le ragioni di questa retromarcia, ma dietro ci sarebbe un problema giuridico sostanziale. Con lo spostamento del divieto di incroci azionari al 2012 sarebbero infatti scattati anche nuovi valori di riferimento, diversi da quelli della legge Gasparri che considera solo il mero possesso di più di una rete tv nazionale. Il divieto doveva scattare per i soggetti che conseguono più dell’ 8%dei ricavi complessivi del sistema delle comunicazioni e del 40%del settore delle comunicazioni elettroniche. Il problema è che questi parametri sono molto difficili da accertare, tanto che l’ultima stima dell’Autorità garante delle Comunicazioni risale addirittura al 2008. C’era dunque il rischio concreto di dare via libera ad operazioni che solo ex-post, un paio d’anni dopo, avrebbero potuto rivelarsi, in realtà, vietate. Meglio, allora, la proroga secca del regime attuale, senza i nuovi parametri di riferimento, come poi è stato. Con una coda quasi scontata. Perché il pasticcio resta, anzi si aggrava, e va risolto. Con un nuovo decreto su stampa e tv che metta ordine nella materia. In tempi rapidi e senza determinare vuoti normativi e senza vulnerare la concorrenza. Tanto più perché il settore è da tempo sotto la lente dell’Europa.

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