Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Incognita petrolio sulla ripresa

di Walter Riolfi

Curioso come in meno di due anni si sia passati a delineare scenari del tutto divergenti. Nel 2009 era la deflazione, ossia l'immobilità o addirittura un calo dei prezzi, a spaventare i listini azionari e quelli obbligazionari. E allora da più parti si criticava la presunta indifferenza della Fed. Adesso è la prospettiva dell'inflazione a terrorizzare le menti degli economisti, sebbene non ancora i mercati finanziari. E di nuovo si torna a criticare la Banca centrale americana che con la sua politica monetaria ultra espansiva ha vinto il precedente pericolo, ma ne starebbe creando un altro di segno opposto. Infine si sono pure levati i preoccupati allarmi di chi, come tra gli uomini di Pimco, si prefigura il peggiore degli scenari possibili: la stagflazione, ossia quel pernicioso misto d'inflazione e di una stagnante crescita economica.

In effetti, dopo aver ascoltato le dichiarazioni di Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve, si avverte la sensazione che la Banca centrale stia minimizzando se non addirittura sottovalutando i rischi d'inflazione. A Bernanke piace misurare l'inflazione core, ossia quella che esclude i prezzi dell'energia e dei prodotti alimentari. I critici sostengono che nel paniere della Fed entrano solo i beni che non aumentano di prezzo. Perché dovrebbe allarmarsi se la "sua" inflazione sonnecchia sotto l'1%? E, del resto, anche quella complessiva non è affatto allarmante, visto che viaggia all'1,6%. Non sarebbe allarmante se fosse vera, ribattono gli scettici, osservando come, anche in questo caso, si tenda a sottopesare tutto quello che ha visto i prezzi volare. In un anno il mais è più che raddoppiato, il grano è salito del 64%, il cotone del 194%, il rame del 45%. E il petrolio è passato da 79 $ a New York ai 99 di ieri (114 $ il Brent). Nel complesso l'indice (Crb) che misura un paniere di 32 materie prime è salito di oltre il 30% in 12 mesi. È tornato sopra i livelli del 2006-2007, quando l'economia occidentale correva, però, a ritmi doppi rispetto ad oggi.

Nei paesi più poveri l'aumentato costo delle derrate alimentari è stato una delle cause principali delle rivolte viste in questi giorni. Nei paesi occidentali è quanto meno motivo di una più forte inflazione e, appesantendo i conti delle famiglie, finisce per ridurne anche la capacità di spesa. In condizioni come quelle sperimentate in Europa e soprattutto in Italia negli anni '70 e '80, l'aumento dei prezzi si trasferiva automaticamente in una crescita dei salari e di conseguenza esasperava l'inflazione. Oggi, con la globalizzazione che costringe a comprimere il costo del lavoro, il tutto si traduce in una riduzione dei consumi, una minore crescita economica e l'ulteriore divario tra una minoranza ricca o benestante e una classe media relativamente più povera. È intuitivo: se, come stimano gli analisti di Bloomberg, il prezzo del greggio dovesse volare a 150 $, una media famiglia americana si troverebbe un aggravio di 2.400 $ all'anno solo per il carburante. Se si aggiungono gli aumentati costi per il riscaldamento, degli altri trasporti, dei prodotti alimentari e in genere della maggior parte dei prodotti finiti, si capisce come la capacità di spesa finisca per essere fortemente ridotta.

Bernanke ha probabilmente ragione per non essere preoccupato, come ancora ieri ha ribadito. Se l'impennata dei prezzi petroliferi e alimentari fosse momentanea, non ci sarebbero grosse conseguenze. Ma se non fosse temporanea e se le rivolte in Nord Africa e Medio Oriente si estendessero ad altri stati più importanti (Iran, Arabia) e la crisi divenisse sistemica, la sua tranquillità rasenterebbe l'incoscienza. Cosa c'entra la Fed americana con il caro petrolio e le derrate alimentari?

C'entra, secondo l'opinione di parecchi economisti che non condividono l'espansiva politica monetaria di Bernanke. Tra questi c'è anche l'italiano Franco Bruni, docente di economia monetaria all'Università Bocconi. C'entra perché l'impennata dei prezzi alimentari «s'è già trasferita in un balzo dei prezzi dei terreni agricoli del 12% nel Mid West, come ricorda il Financial Times di ieri», e l'aumento combinato del greggio e delle altre commodity farà salire oltre modo l'inflazione. C'entra, perché dietro quei rialzi c'è anche la mano della «speculazione internazionale che prospera grazie all'eccesso di liquidità, frutto di politiche monetarie troppo espansive», sostiene Bruni. È miope guardare solo ai prezzi «core» o, peggio, crearsi «ad arte» dei panieri di beni in modo da sottostimare l'inflazione. «Non solo la Fed dovrebbe preoccuparsi del rialzo dei prezzi alimentari e petroliferi, ma dovrebbe finalmente considerare anche l'inflazione delle attività finanziarie». Con i tassi d'interesse quasi a zero, più che l'economia «si stanno stimolando gli istituti di credito a prendere a prestito soldi dalle banche centrali per operazioni finanziarie di breve respiro».
 

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

La segnalazione di Bankitalia su un’ipotesi di falso in bilancio rende legittimo il sequestro del ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Illimity Bank e un’affiliata di Cerberus capital management hanno perfezionato un’operazione di ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

È ancora presto per dire che quello della raccolta di denaro fresco per le banche italiane non rapp...

Oggi sulla stampa