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Incognita-elezioni sulle aste

La prima asta italiana dopo le elezioni in Francia e in Grecia sarà quella dei BoT: oggi il Tesoro comunicherà l’ammontare in emissione dei Buoni annuali (ne scadono 6,6 miliardi) e forse anche dei trimestrali, che andranno in offerta venerdì. Una settimana «leggera», questa, per il mercato primario dell’Eurozona, con emissioni a medio-lungo termine da Germania, Austria e Olanda per un totale compreso tra 8 e 9 miliardi.
In prospettiva, tuttavia, analisti e strategist del reddito fisso su scala internazionale sono unanimi nel prevedere che le turbolenze generate dall’instabilità politica post-elezioni perdureranno perchè questa nuova ondata di incertezza proviene da due Stati decisivi per il futuro dell’Eurozona: la Francia, per il suo rapporto con la Germania e l’Italia, e la Grecia per la permanenza o abbandono dell’unione monetaria.
Tutto questo non potrà che rendere più difficoltosa la raccolta di fondi sul mercato nei prossimi due mesi per i Paesi europei ad alto debito pubblico, in primis Italia e Spagna: solo dall’Italia tra maggio e giugno sono previste aste per 63 miliardi di BTp, 2,5 miliardi di CcT, 7 miliardi di CTz, una quarantina di miliardi di BoT e una seconda emissione di BTp Italia retail indicizzati all’inflazione italiana.
I mercati punteranno i riflettori su tutti i prossimi appuntamenti politici europei, per poterne valutare in maniera approfondita le implicazioni sul progresso delle politiche mirate al rilancio della crescita e al perseguimento del rigore nei conti pubblici. La Francia resterà per i mercati un centro di incertezza fino all’esito delle elezioni legislative, che si terranno tra il 10 e il 17 giugno. La forza del nuovo presidente Hollande potrà essere valutata definitivamente solo tenendo conto dei numeri del sostegno in Parlamento e della scelta dei ministri. I mercati giudicheranno attentamente le prime decisioni concrete di Hollande, che ha fatto notizia tra gli investitori degli OaT soprattutto per la promessa dei 100 miliardi da spendere per la crescita e per l’occupazione, che dovrebbero essere finanziati con 50 miliardi di aumento della tassazione e 50 miliardi di tagli. La Francia corre ancora il pericolo di ulteriori declassamenti di rating: i tagli alla spesa pubblica dovranno essere convincenti, per controbilanciare lo slittamento del pareggio di bilancio al 2017. Se, come molti analisti finanziari prevedono, Hollande dovesse ammorbidire ufficialmente la sua posizione sul fiscal compact fino a richiedere una mera aggiunta di qualche parola sulla crescita, senza imporre modifiche sostanziali, allora i mercati potranno avere una prima conferma sul mantenimento della linea del rigore anche in Francia.
Il ruolo di Hollande nel portare avanti i project bond per finanziare le infrastrutture europee e gli union bond per abbattere i debiti pubblici nazionali, sarà seguito da vicino dai mercati che sono favorevoli a qualsiasi soluzione pan-europea che riesca ad alleggerire le aste nazionali: gli ultimi dati ufficiali disponibili, infatti, hanno confermato per il mese dello scorso marzo il continuo, massiccio acquisto di bond governativi italiani e spagnoli da parte delle banche locali. Questo trend, che tra la fine del 2011 e il primo trimestre del 2012, è servito ad assorbire vendite consistenti di titoli di Stato da parte degli investitori non-residenti e non-europei, non è però sostenibile sul lungo periodo.
Un’altra fonte di incertezza nelle prossime settimane continuerà ad essere la Grecia: i mercati non si daranno pace fino a quando Nuova Democrazia e Pasok, i due principali partiti moderati finora favorevoli ai piani di salvataggio, non saranno riusciti a formare un governo di coalizione stabile e soprattutto disponibile in linea di principio a mantenere e rispettare gli accordi già stipulati con l’Eurozona, il Fondo monetario e la Banca centrale europea nell’ambito del programma di aiuti. I mercati temono che una coalizione di governo debole, che non possa fare a meno del sostegno dei partiti estremisti in Parlamento, sia spinta a rivedere gli accordi sui sostegni finanziari: in quel caso, le trattative potrebbe compromettere l’erogazione delle prossime tranche di aiuti, con conseguenze dolorose e drammatiche per la popolazione greca. Lo Stato, infatti, non sarebbe in grado di pagare gli stipendi: l’instabilità politica e anche sociale che ne conseguirebbe potrebbe rendere plausibile l’alternativa più remota e ancora non scontata nei prezzi dei bond dell’Eurozona, che è quella dell’uscita della Grecia dall’euro. Nuove elezioni in Grecia, nel caso dovessero fallire tutti i tentativi di formare un Esecutivo con una coalizione coesa, aumenterebbero il tasso già alto di incertezza politica nell’Eurozona.

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