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Inchiesta Saipem, otto indagati per corruzione

Ammonta a 11 miliardi il valore totale delle commesse in Algeria per ottenere le quali la Saipem avrebbe versato tangenti all’estero per 197.934.798 dollari. Secondo il procuratore aggiunto di Milano Francesco Greco e i pm Fabio De Pasquale, Giordano Baggio e Sergio Spadaro del pool reati economici, lo avrebbe fatto con la consapevolezza di Paolo Scaroni amministratore della controllante, l’Eni. Per questa ragione ieri i militari del Nucleo di polizia Tributaria della Gdf di Milano hanno perquisito, oltre agli uffici di Scaroni, anche la sua abitazione milanese di viale Majno. Oltre alle sedi delle due società a San Donato e Roma e agli uffici e alle case private di altri manager ed ex manager di Eni e della sua controllata.
Nel decreto di sequestro i magistrati hanno inoltre disposto il sequestro di carte, documenti e, soprattutto, di tutta la corrispondenza elettronica contenuta nelle caselle di almeno trenta tra funzionari e dirigenti. E questo dal 2006 a oggi.
L’inchiesta è iniziata almeno un anno orsono e già aveva portato i vertici del colosso energetico a decidere per la sospensione cautelare del direttore dell’area Engineering & Construction Pietro Varone e a concordare le dimissioni dell’allora vicepresidente e amministratore delegato Pietro Franco Tali oltre a quelle del direttore finanziario Alessandro Bernini.
Le accuse contestate a tutti gli indagati sono di corruzione, e corruzione in concorso di funzionari di Stati esteri. Oltre a Scaroni l’unico manager Eni coinvolto è il responsabile per il Nord Africa Antonio Vella. Per Saipem oltre a Bernini, a Varone e a Tali, risultano iscritti nel registro delle persone sottoposte a indagini i manager Nerio Capanna e Tullio Orsi. Indagato anche l’intermediario libanese Farid Noureddine Bedjaoui, considerato dai pm il collettore delle «dazioni».
Contestata anche l’aggravante della transazionalità dei reati, una circostanza pressoché inevitabile per due multinazionali il cui core business energetico è naturalmente votato all’internazionalizzazione dei rapporti.
A coinvolgere Scaroni è stata in particolare una testimonianza che riporta la circostanza della sua presenza a una riunione in un hotel di Parigi cui avrebbero partecipato oltre al manager veneto, anche colui che è considerato l’intermediario “smistatore” delle tangenti, il libanese Noureddine Bedjaoui, lo stesso Pietro Varone, Il ministro dell’energia algerino Chakik Khelil e il responsabile dell’Eni per il Nord Africa Vella. Ad altre riunioni, tra cui una che si sarebbe tenuta all’hotel Bulgari di Milano, avrebbero invece partecipato altri intermediari e subappaltatori dei progetti. Dunque tangenti. Per ottenere appalti, tra cui, sembra, soltanto uno direttamente riconducibile alla casa madre di Saipem attraverso una controllata al 99%, la canadese Fcp (First Calgary petroleum). Un giro d’affari imponente, con un committente degli appalti del calibro del gigante algerino del settore: la Somatrach e un intermediario, Bedjaoui, legato a filo doppio con Varone con cui condivideva sorti e dividendi di un’azienda agricola nei pressi di Caserta (vedere l’inchiesta a fianco). Oltre alle pipelines che portano idrocarburi di varia composizione e consistenza i pm milanesi avrebbero accertato l’esistenza di altre condotte, questa volta specializzate nel trasportare denaro all’estero e occultarlo in vista di una più o meno equa redistribuzione. Nella fattispecie uno dei canali individuati dagli inquirenti portava alla Habib bank Ag di Zurigo guidata da Ismail Mirza, e dal pachistano Mushfiq Salahuddin e alla branch di Dubai della Barclays Bank. Sarebbe stato proprio attraverso questi canali che il denaro affluiva sui conti di Hong Kong della Pearl Partners Limited, società riconducibile a Bedjaoui di cui i magistrati osservano la sostanziale opacità. All’origine delle somme otto commesse tra cui le più rilevanti risultano quelle per il trattamento del Gpl nel sito di Arzew (1,7 miliardi di dollari) quella per 4,5 miliardi sempre ad Arzew (la Lng), quella per la costruzione di un impianto di stabilizzazione e trattamento del greggio (Ubts) nel centro petrolifero di Hassi Messaoud (1,3 miliardi), e quella per il trattamento del gas proveniente dal giacimento Menzel di Ledjmet East.

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