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Inchiesta Popolare Vicenza “Associazione a delinquere”

ROMA.
Dentro la Banca Popolare di Vicenza c’era, probabilmente, un’altra banca. Ristretta, riservata a pochi e potenti manager, decisiva. «Una specie di banca deviata, composta da un nucleo di persone dedite stabilmente alla commissione di reati», ipotizza il procuratore capo Antonino Cappelleri, indicando così il filo che l’inchiesta sembra aver afferrato. Un filo che potrebbe portare a contestare ai sei ex amministratori già indagati per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza anche l’associazione per delinquere e il falso in bilancio.
Al momento è solamente «una riflessione di lavoro», osservano in procura. Non è stato aperto un procedimento specifico, ma tutto pare condurre lì, a quel manipolo di dirigenti della Popolare, tra cui l’ex presidente Gianni Zonin e l’ex amministratore delegato Samuele Sorato, che ne hanno mosso le leve del comando negli ultimi anni. E a loro conduce anche l’esposto che Francesco Iorio, il successore di Sorato, ha portato ai magistrati il 3 agosto scorso.
Iorio entra nel dettaglio su come sono state avviate e gestite le «operazioni anomale» sulle azioni della Popolare, che hanno spinto gli uomini della Finanza locale e del Nucleo Valutario di Roma a contestare circa 974 milioni di euro di finanziamenti concessi per acquistare titoli azionari della stessa banca, non iscritti tra le passività dei bilanci 2012, 2013, 2014. Ad essere coinvolti sono alcune centinaia di soci.
Il primo sistema messo in piedi era quello delle “operazioni parzialmente baciate”. «A fronte della richiesta di un finanziamento da parte di un cliente – denuncia Iorio – veniva erogata una somma superiore e la differenza era investita in azioni della Popolare, talvolta versando al cliente un compenso sul conto corrente». Altro metodo: si concedevano prestiti con la condizione che i beneficiari acquistassero titoli. «È successo per una piccola parte di clientela, selezionata in ragione dell’ingente patrimonio e di relazioni personali », sostiene il nuovo ad. Terzo sistema: si offriva ad alcuni clienti che avevano operazioni in scadenza la possibilità di acquistare azioni, con la garanzia di ottenere un rendimento e l’impegno dell’istituto a riacquistarli.
Non solo. I due pm vicentini Luigi Salvadori e Gianni Pipeschi, cui è affidata l’inchiesta, stanno facendo approfondimenti su 3,3 milioni di euro di «rimborsi non giustificati», individuati da Iorio e che rappresenterebbero «il mezzo per onorare gli impegni della Banca con i clienti per l’acquisto delle proprie azioni ».
Novità d’indagine che trapelano a tre giorni dall’attesissima assemblea dei soci convocata per sabato (imponenti le misure di sicurezza previste), durante la quale saranno discusse la quotazione in Borsa e la ricapitalizzazione. Di certo susciterà polemiche tra i 119mila soci il fatto che, in base all’ultimo bilancio, la Popolare abbia aumentato del 52 per cento la spesa per gli emolumenti di consiglieri, sindaci e componenti della direzione generale: 16,7 milioni nel 2015, a fronte di 11 milioni del 2014. Il motivo? Le indennità da 4,8 milioni corrisposte ai manager che se ne sono andati, a partire da Sorato.
«Già adesso – sostiene il procuratore capo Cappelleri – ci troviamo con almeno 500 casi di azionisti che lamentano di essere stati truffati, e a questi numeri bisognerà quasi certamente aggiungere gli altri 100 depositati alla procura di Udine». Diversa la questione dell’indagine parallela aperta a Prato, che ha portato sul registro degli indagati i nomi di 7 persone, accusati di vari reati tra cui truffa ed estorsione. «Con Prato – dice Cappelleri – è in atto un coordinamento molto stretto anche se credo che alla fine saremo costretti a tenere separati i due filoni di inchiesta».
Il filone madre rimane comunque a Vicenza, agganciato ai due reati più gravi. E non si escludono nuovi indagati nei prossimi giorni.

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