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Inchiesta Fonsai, il mistero del «papello» Nagel: richieste illecite dai Ligresti

Il capo delle relazioni istituzionali di Mediobanca, Stefano Vincenzi, intercettato (non come indagato ma come persona di interesse investigativo) per 4 mesi nel 2013/2014. E il segretario del patto di sindacato di Mediobanca, avvocato Cristina Rossello, in imbarazzo il 24 luglio 2012 su una nota che prima consegna al pm con data 18 maggio 2012, ma poi finisce per rettificare d’aver in realtà scritto solo il 19 luglio all’esito della sua prima chiamata in Procura come teste.
Sono le due novità che emergono dagli atti depositati venerdì a conclusione dell’inchiesta nella quale il pm milanese Luigi Orsi contesta a Salvatore Ligresti e all’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel, l’ipotesi di reato di ostacolo alle funzioni di vigilanza della Consob per non aver divulgato l’esistenza il 17 maggio 2012 del «papello»: l’elenco — rivelato da Jonella Ligresti e da lei indirettamente documentato registrando di nascosto il 19 luglio 2012 una provocata conversazione proprio con la custode (Rossello) di quel foglio — delle richieste di buonuscita, poi mai esaudite da Mediobanca, alle quali la famiglia Ligresti vincolava il proprio farsi da parte in vista della fusione Unipol-Fonsai.
Vincenzi — si intuisce ora dagli atti — era stato indirettamente «ascoltato» nel giugno 2012 quando, nell’inchiesta sulla presunta corruzione dell’Isvap di Giancarlo Giannini da parte di Ligresti, conversava con l’intercettato vicedirettore generale Isvap, Flavia Mazzarella, in termini apparsi agli inquirenti di «eccesso di confidenza e informalità», da «plenipotenziario di Mediobanca» sulla sorte di Fondiaria. Così il pm il 3 dicembre 2013 chiede al gip di intercettarlo perché «il mercato sa che Mediobanca è attore della vicenda Fondiaria, essendone grande creditore», ma «non sa con quali modalità relazionali Mediobanca coltivi i suoi interessi nella vicenda». Questa motivazione, però, alla prova dei fatti non trova riscontri, perché Vincenzi parla con chi è normale nel suo incarico, tanto che le intercettazioni del suo cellulare vengono staccate a marzo 2014, senza che Vincenzi sia indagato o che per le sue telefonate altri lo siano. E di tutte le sue conversazioni, la Procura fa trascrivere soltanto alcune telefonate in cui scambia appuntamenti di persona o su telefono fisso con un dirigente Consob nella divisione emittenti, Angelo Apponi.
In tinte invece quasi shakespeariane il 24 luglio 2012 l’avvocato Rossello (che è anche una dei divorzisti di Silvio Berlusconi) dipinge al pm Orsi, dopo essere stata sciolta dall’invocato segreto professionale, la riunione cruciale sul «papello» del 17 maggio 2012 con Nagel, Ligresti padre e figlia. Da un lato vede «Ligresti quasi spaventato, quasi in balia della situazione» (Nagel aggiungerà poi che temette addirittura si volesse suicidare), «sembrava un leone ferito, disse che la sua preoccupazione era salvare i suoi figli e che questo Mediobanca glielo doveva, disse che era stato in prigione all’epoca di Tangentopoli e non aveva fatto il nome di alcuno». Dall’altro lato vede «Nagel in imbarazzo, sembrava dispiaciuto per la condizione in cui si trovava l’ingegnere», ma «disse, sia pure in modo rispettoso e non arrogante, che le richieste condensate da Ligresti» nel foglio «gli sembravano illecite e non fattibili, e che tuttavia si sarebbe assunto l’impegno morale di verificare se e quali delle clausole potessero essere oggetto di accordo», pur precisando «che dovevano essere indirizzate a Cimbri (Unipol, ndr) e agli altri soggetti coinvolti nel salvataggio» (Unicredit, ndr). Al che «l’ingegnere mi si rivolse dicendo, tre volte, “mi basta”». E «a quel punto — conclude la custode del papello per conto sia di Ligresti sia di Nagel — fui incaricata di verificare cosa si potesse salvare di quelle richieste». Niente di niente, si risponde Rossello. E al pm spiega perciò di aver l’indomani 18 maggio «redatto e indirizzato a Nagel un appunto che produco», nel quale rilevava che le richieste dei Ligresti «non erano accoglibili»: i 45 milioni di euro per il 30% di Premafin perché la quota non era allo stato disponibile, i 700.000 euro l’anno a testa per 5 anni perché c’erano contestazioni su queste buonuscite, altre clausole perché esulavano da Mediobanca e riguardavano se mai altri.
Ma quando il pm incalza la teste su come e quando avesse scritto la nota a Nagel, la legale vacilla. Prima rettifica che l’appunto non fu mai consegnato a Nagel ma «credo di avergli dato informazione orale, leggendogli appunti che avevo preso a suo tempo». Poi ammette che questa nota consegnata il 24 luglio 2012 al pm e asseritamente datata 18 maggio «non è stata da me digitata il 18 maggio ma recentemente, dopo che Lei mi ha sentito lo scorso 19 luglio» (5 giorni prima), quando «ho ricopiato appunti che avevo già preso e comunicato a Nagel» ma che ora «non ho più, li ho strappati».
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