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Incertezza su Brexit, sbanda la sterlina

L’ultima parola su tempi e modi dell’uscita della Gran Bretagna dall’Ue dovrà essere quella del Parlamento ha stabilito ieri la Corte suprema britannica. La decisione ha avuto nell’immediato un impatto sulle quotazioni della sterlina che, dopo un avvio di seduta a quota 1,2535 dollari ha registrato un ribasso fino ad un minimo di 1,2419 dollari salvo poi riprendere quota. Il pound era reduce da una fase rialzista. La moneta britannica infatti aveva beneficiato del chiarimento offerto dalla premier Theresa May nel suo discorso di martedì 17 gennaio circa l’intenzione dell’esecutivo di voler procedere nella direzione della «hard Brexit». Ossia verso una cesura netta rispetto all’istituzione comunitaria con l’uscita dal mercato unico e dall’unione doganale. Il +3% registrato nell’ultima settimana dalla sterlina era dovuto soprattutto al fatto che, nel suo discorso, la premier britannica ha scoperto le sue carte chiarendo le sue intenzioni. La flessione registrata ieri è viceversa dettata dall’incertezza che, dopo il pronunciamento della Corte, torna a caratterizzare la trattativa sul divorzio tra Londra e Bruxelles. Un processo che ora si fa più lungo e incerto. L’inversione di rotta del pound, in ogni caso, non è stata troppo violenta. A testimonianza del fatto che il pronunciamento della Corte viene visto come un evento che, in definitiva, non è destinato a cambiare un processo, quello dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, considerato ineluttabile.
In questo senso si spiega anche la reazione relativamente contenuta dei mercati azionari nel Vecchio Continente e l’ennesimo record delle Borse americane, con il Nasdaq e l’S&P 500 che hanno registrato i nuovi massimi storici. Anche i listini europei si sono mantenuti in stabile rialzo, in una giornata che ha registrato segnali contrastanti dagli indici Pmi dell’eurozona. Se infatti l’indice sulla fiducia del settore manifatturiero è cresciuto da 54.9 a 55.1 punti (le attese del consensus erano per un calo a 54.8 punti) quello sui servizi e l’indice composito hanno registrato performance sotto tono. In questo contesto il cambio euro-dollaro si è leggermente indebolito seppur mantenendosi oltre quota 1,07. Questo movimento è stato determinato soprattutto dall’andamento delle quotazioni del biglietto verde che, dopo le flessioni delle ultime sedute, è tornato ad apprezzarsi. Con la vittoria di Trump il dollaro si è nettamente rafforzato. Il dollar index, che monitora l’andamento rispetto alle sue principali controparti, tra novembre e dicembre dello scorso anno, ha guadagnato circa il 4,5 per cento. Un rally dettato dalla ripresa delle aspettative di inflazione generatosi con la vittoria di Trump la cui agenda di politica economica è all’insegna degli sgravi fiscali e del rilancio infrastrutturale. La fiammata del dollaro si è parzialmente riassorbita nelle prime settimane del nuovo anno (il dollar index è sceso di circa il 2% dai massimi di dicembre). Questo è avvenuto in parte perché il mercato, anticipatore per natura, ha seguito il classico copione “buy the rumor sell the fact” prendendo posizione sulla scommessa Trump per poi chiuderla nel momento del suo insediamento e in parte perché lo stesso Trump ha espresso il timore che un dollaro troppo forte possa avere ripercussioni negative sulla crescita economica. Sarà interessante capire cosa, oltre ai tweet e alle dichiarazioni, potrà concretamente fare la nuova amministrazione per indebolire il biglietto verde con una Federal Reserve chiaramente orientata ad alzare il costo del denaro nei prossimi mesi.

Andrea Franceschi

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