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In un trimestre 25 miliardi di utili ma la crisi frena le major del petrolio

Saranno in calo, ma restano 25,76 miliardi di euro di profitti trimestrali. Netti. Più di 286 milioni al giorno tra gennaio e marzo per le sei major mondiali del petrolio. Un settore che non sente crisi, essendo per sua natura globale, e se si tralascia l’Europa lo stato di salute economico del mondo è florido. C’è anche l’Eni, in coda per dimensioni e con una partenza d’anno a rilento: ma che potrebbe recuperare se saprà far fruttare i progetti in cantiere nella produzione, il vero ariete dell’oil business.
Peccato che la produzione, a guardare i conti, non sia stata scintillante. L’azienda guidata da Paolo Scaroni nel trimestre ha accusato un calo del 5% tornando a 1,6 milioni di barili equivalenti al giorno. Un livello inferiore a quello che Vittorio Mincato gli lasciò, otto anni fa. Eni ha motivato il calo, superiore alla media di settore (-2%), con tre incidenti – negli impianti “caldi” di Libia e Nigeria, in quello britannico che Total ha tenuto chiuso a lungo – insieme alla crisi del gas in Europa (meno domanda, prezzi inchiodati ai contratti take or pay pluriennali). Ma Scaroni e il suo management contano di mantenere gli obiettivi di crescita d’esercizio, tra i più alti nel settore in virtù della marcia veloce di Eni nelle scoperte petrolifere. Qualche analista ritiene che dopo la falsa partenza del primo trimestre sarà difficile tenere il ritmo stimato, l’azienda conta di farlo sviluppando le riserve in Africa Sub-Sahariana e Settentrionale, Norvegia, Usa, Iraq, Venezuela e Kazakistan. Dove a giugno dovrebbe partire (un decennio in ritardo) il giacimento Kashagan, il più grande da un trentennio, in cui Eni si è spesa molto.
Il contesto petrolifero presenta rischi e incertezze legati al ciclo economico, zavorrato dalla recessione dell’Eurozona. Il prezzo del petrolio, pur sostenuto dai rischi geopolitici in un quadro di migliore bilanciamento tra domanda e offerta mondiale. Il prezzo del gas, che in Europa è un multiplo degli States, sta scavando un fossato tra gli operatori a stelle e strisce e gli europei. La produzione di gas a prezzi stracciati rafforza la chimica e la raffinazione negli Usa, comparti che in Europa sono semidepressi (anche Eni ha da tempo ristrutturazioni in corso, per passare dalle perdite ai profitti nei due mestieri). Perfino il settore auto in America è vivo, e con esso la vendita di carburanti. E l’inverno rigido ha rialzato i prezzi spot del gas nel trimestre del 23%, per la gioia dei venditori. Anche per questo Exxon consolida il primato, e definisce la trimestrale «strong results ». Se la passa bene anche la rivale Chevron – unica con Shell a non limare la produzione – e le anglosassoni Bp e Shell.
Ciò che accomuna tutti gli operatori è l’incapacità di rimpiazzare le riserve con nuove sensibili produzioni. Il -2% trimestrale sarebbe tra l’altro peggiore, se depurato del -5% del greggio (per la correlazione inversa ai prezzi che hanno i contratti Psa in loco). È l’effetto di un decennio di “caro greggio”, che ha spinto le major a
trascurare l’esplorazione, concentrate su vendita delle scorte e acquisto di asset altrui, e facendo velocemente salire la soglia di economicità produttiva da 15 a 70 dollari al barile. La sfida di Eni è spostare il baricentro da “conglomerata dell’energia” a oil company. Un percorso articolato avviato un paio d’anni fa, e che potrebbe permettere agli italiani di passare dal catenaccio al contropiede.

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