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In Toscana supermarket più liberi

La Corte costituzionale “bacchetta” le leggi sul commercio della Regione Toscana – la 52/12 e la 13/13 – e, con la sentenza 165/14, ne dichiara illegittime alcune disposizioni perché ritenute contrastanti con il principio di concorrenza, materia di competenza esclusiva dello Stato.
Diverse le ragioni della bocciatura, sollecitata dal Governo che aveva presentato ricorso per “invasione di campo”: secondo i giudici costituzionali, le norme “espunte” rendono più difficile l’apertura, ampliamento e trasferimento di grandi strutture commerciali perché impongono all’impresa oneri come (tra i tanti) l’analisi dei flussi veicolari e delle infrastrutture, la produzione di energia da fonti rinnovabili, i progetti per limitare la produzione di rifiuti, la valutazione degli effetti acustici.
Questa produzione di documenti e l’appesantimento delle procedure è un ostacolo alla concorrenza perché le imprese che intendono esercitare in Toscana sono svantaggiate rispetto a quelle operanti in regioni limitrofe e a quelle già da tempo attive nella stessa Toscana.
Secondo la Corte, le Regioni devono rispettare gli articoli 31 della legge 214/11 e 1 della legge 27/12 e qualora ritengano, come previsto dalle suddette norme, di «contemperare la liberalizzazione del commercio» con le esigenze di «una maggiore tutela della salute, del lavoro, dell’ambiente e dei beni culturali» devono fissare regole che non rendano più onerosa l’attività rispetto agli operatori del settore di altre regioni o già operanti nella regione.
Viene bocciata anche una norma che fissa una distanza minima tra gli esercizi che fanno parte di una «struttura di vendita in forma aggregata» che è un tipologia commerciale prevista in Toscana. Il parametro della distanza non è previsto dalla legge italiana ed è vietato dalla direttiva Servizi europea.
Illegittima è anche la disposizione che impone che le merci vendute negli outlet rechino «il solo prezzo finale di vendita, tranne che nelle ipotesi di vendita straordinaria e promozionale».
Per la Regione si tratta di una disposizione che tutela il consumatore perché evita «una concorrenza sleale nei confronti degli esercizi tradizionali» dato che solo gli outlet possono effettuare vendite promozionali tutto l’anno. Per la Corte invece è un obbligo che limita la libertà nella comunicazione dei prezzi di vendita; qualora si riscontrasse però un beneficio per il consumatore la questione dovrebbe essere regolata dallo Stato, trattandosi di materia di diritto civile.
Vengono poi dichiarate illegittime due norme in tema di distribuzione di carburanti.
È contraria all’obiettivo della liberalizzazione la norma che consente di aprire un impianto nelle aree montane e insulari dotato solo di self-service, senza la presenza del gestore, «a condizione che ne sia garantita una adeguata sorveglianza secondo le modalità stabilite dal Comune». Per la Corte si tratta di una imposizione di maggiori oneri in violazione del principio di parità concorrenziale.
È contrario alla legge 111/11, articolo 28, che regola il settore, l’obbligo, durante l’apertura, del funzionamento contestuale della modalità «servito» e della modalità self-service.

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