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In sospeso 140mila liti

Il day after della pronuncia della Corte costituzionale che ha bocciato l’obbligatorietà della conciliazione lascia aperta una serie di interrogativi. L’impatto della pronuncia innanzitutto si scaricherà su più di 140mila procedimenti interessati dal tentativo obbligatorio (fino a mercoledì) di mediazione come condizione di procedibilità. Se infatti l’ultimo dato ufficiale del ministero della Giustizia evidenziava, a fine giugno, circa 145mila liti iscritte che avevano intrapreso la via della conciliazione, con 15 mila accordi raggiunti, è presumibile che il trend sia stato ancora in forte aumento per effetto dell’estensione della disciplina a nuove materie a elevato tasso di litigiosità come il condominio e il risarcimento danni da incidente stradale.
Per tutti questi procedimenti la sentenza della Consulta, per ora solo anticipata da due righe di comunicato, significherà con ogni probabilità la via necessaria dell’autorità giudiziaria. Difficile pensare infatti che, senza il vincolo della condizione di procedibilità, un numero significativo di queste controversie possa essere interessata da forme di mediazione volontaria. Anche perché se già la conciliazione obbligatoria vedeva una delle parti rimanere contumace, in due casi su tre è evidente che l’appeal di una proposta di accordo senza neppure un minimo vincolo a presentarsi avrà ben scarse possibilità di successo.
La pronuncia non dovrebbe invece rimettere in discussione gli accordi già raggiunti sulla base di una norma poi giudicata incostituzionale. Anche perché è presumibile che le intese abbiano comportato un’equa sistemazione degli interessi coinvolti che adesso sarebbe problematico contestare. Dove, invece, potrebbe sorgere qualche problema è sul diritto a ottenere l’agevolazione fiscale, in forma di detrazione e fino a un massimo di 500 euro, per i costi sostenuti nel procedimento di mediazione. Bisognerà valutare l’atteggiamento dell’amministrazione finanziaria a dare seguito alla promesa di un beneficio che si basava su un presupposto che oggi non esiste più.
Acque agitate, poi, sulle eventuali contromisure da prendere per non fare cadere definitivamente un’ipotesi forte di soluzione stragiudiziale delle controversie. Prima di tutto sarà necessario leggere le motivazioni della Corte costituzionali che saranno note solo tra qualche settimana. Se, come anticipato dal comunicato della Consulta di mercoledì, la censura fosse concentrata sull’eccesso di delega, rimarrebbe aperta la strada per una diversa formulazione dell’obbligo di sperimentare una formula alternativa al tradizionale circuito giudiziario. Magari legandola a un orizzonte temporale di tre anni, con un emendamento da inserire in sede di conversione del decreto legge sviluppo bis.
Molto conterà, però, la volontà del Governo di spendersi su questo fronte. Il ministro della Giustizia, Paola Severino, è stata tutto sommato tiepida nella sua reazione al verdetto della Consulta, mettendo l’accento sull’opportunità di dotare, a questo punto, la mediazione facoltativa di adeguati incentivi. Tenuto conto della fase non certo espansiva della spesa pubblica si tratta però di un percorso non facilissimo da avviare.
È poi vero che Severino ha tenuto tutto sommato ferma la posizione del suo predecessore Angelino Alfano nel non apportare correttivi alla disciplina che ha debuttato nel marzo 2011. Ma insistere dopo la pronuncia costituzionale nel riproporre forme di obbligatorietà renderebbe elevatissima la tensione con un’avvocatura che il ministro continua a ritenere necessaria per affrontare altre partite, come quella dello smaltimento dell’arretrato.
A complicare le cose, si faceva notare ieri in ambienti vicini agli organismi di mediazione, c’è poi l’impegno prso per iscritto dall’allora ministro Giulio Tremonti nella lettera di risposta alle sollecitazioni della commissione europea di un anno fa, nella quale si impegnava il Governo a un’estensione delle conciliazione come condizione di procedibilità.

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