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In salvo il «rito Fornero»

La Corte costituzionale “salva” uno dei cardini del rito Fornero, la coincidenza tra il giudice che, in materia di licenziamenti, ha emesso l’ordinanza che decide in via semplificata sul ricorso del lavoratore e quello davanti al quale presentare l’opposizione all’ordinanza stessa.
Le regole procedurali, introdotte nel 2012 e che continueranno a essere applicate per lungo tempo, anche se ne sono escluse le controversie sul nuovo contratto a tutele crescenti, erano state messe in discussione su questo punto dal tribunale di Milano. Da valutare c’era il fatto che nè l’articolo 1 comma 51 della legge n. 92 del 2012 (Legge Fornero) nè l’articolo 1 comma 51 primo comma, numero 4), del Codice di procedura civile prevedano un obbligo di astensione del giudice dell’opposizione se identico a quello che ha emesso l’ordinanza oggetto dell’impugnazione. Un’assenza che contrasterebbe, tra l’altro, con articoli 24 e 111 della Costituzione per la lesione del diritto della tutela giurisdizionale sotto il profilo dell’esclusione dell’imparzialità del giudice.
La Consulta però, con la sentenza n. 78 scritta da Mario Rosario Morelli, depositata ieri, ha respinto questa interpretazione, ricordando propri precedenti secondo i quali nel processo civile il principio di imparzialità del giudice, cui è ispirata la disciplina dell’astensione, si applica in maniera diversa se riferito alla pluralità dei gradi di giudizio e alla semplice articolazione dell’iter processuale attraverso più fasi, come avviene nel rito applicabile ai licenziamenti secondo la legge Fornero.
Il nodo è quello della natura del procedimento che si svolge davanti allo stesso giudice. La bifasicità è solo apparente? Questa era la tesi di chi ha rimesso la questione alla Corte: le valutazioni da svolgere nei due momenti sarebbe sostanzialmente identica, tanto da fare assumere al giudizio di impugnazione la fisionomia di altro grado del giudizio.
Una conclusione dalla quale però la Consulta prende le distanze, ricordando invece come l’opposizione non ha il medesimo oggetto dell’ordinanza. Quest’ultima è infatti pronunciata su un ricorso semplificato e sulla base di pochi, indispensabili, atti istruttori. L’opposizione invece ha una portata più ampia e può investire anche diversi profili soggettivi, con il possibile intervento di terzi, e oggettivi (sono ammesse nuove domande a patto che siano fondate sui medesimi fatti costitutivi).
«Il che – osserva la sentenza -, appunto, esclude che la fase oppositoria (nell’ambito del giudizio di primo grado)(…) possa configurarsi come la riproduzione dell’identico itinerario logico decisionale già seguito per pervenire all’ordinanza opposta».
Anzi, conclude la Corte costituzionale, il fatto che le due fasi del medesimo grado di giudizio si svolgano davanti allo stesso giudice è coerente anche con il profilo della ragionevole durata del processo. Il lavoratore può così contare, con la previsione di una fase sommaria conclusa dall’ordinanza, su una più rapida tutela dei propri interessi.

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