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In regola i conferimenti agevolati

In tema di aumento del capitale sociale, sia il conferimento in società di un immobile gravato da mutuo che l’apporto di un ramo aziendale in cambio di quote sociali, possono avere delle valide logiche economiche e gestionali; conseguentemente, gli atti posti in essere (compresa la successiva rivendita delle stesse quote) non sono da intendersi produttivi di un unico effetto giuridico-tributario elusivo, ma devono essere considerati come momenti di una più generale riorganizzazione aziendale. Il risparmio fiscale eventuale è legittimo e costituzionalmente garantito (articoli 23 e 41). Sono le interessanti conclusioni che si ricavano dall’esame di due sentenze: la prima della Commissione tributaria provinciale di Reggio Emilia n.69/4/12, depositata in segreteria il 25 giugno, l’altra della Commissione tributaria provinciale di Milano n.168/3/12, depositata il 29 maggio.

Il primo caso, quello esaminato dai giudici provinciali di Reggio Emilia, riguarda un conferimento di un immobile gravato da un mutuo ipotecario di 500.000,00. Il valore netto dell’immobile conferito era di 24.800,00 a cui corrispondeva un aumento del capitale sociale di 11.300,00 aumentato del sovrapprezzo di 13.500,00 (riservato alla ipotesi di sottoscrizione da parte di terzi). La società si accollava il debito, mentre l’imposta di registro veniva corrisposta sul valore netto di conferimento nella misura del 7%.

La seconda questione, esaminata dai giudici provinciali milanesi, riguarda invece un conferimento di un ramo di azienda effettuato in regime di neutralità fiscale (articolo 176 del Tuir n.917/86) in cambio di quote sociali; quote che, in seguito, venivano cedute a terzi.

In tutti e due i casi trattati, le Entrate identificavano nelle operazioni, nel loro complesso, un chiaro intento elusivo e di risparmio fiscale, in applicazione delle disposizioni di cui all’articoli 20 e 50, comma 1, del dpr n. 131 del 1986, accertando la maggiore imposta di registro. In base alla considerazione dei principi stabiliti dalla cassazione, gli agenti del fisco ritenevano che «nell’applicazione dell’imposta di registro deve aversi riguardo al contenuto dell’atto o negozio giuridico, ai relativi effetti, alla volontà delle parti in esso manifestata, alla connessione o collegamento con altri atti o negozi stipulati tra le medesime parti, non rilevando il titolo o la forma apparente, bensì la causa reale e la regolamentazione degli interessi effettivamente perseguita dai contraenti (Cass. 9163/2010)».

Di diverso tenore il parere delle Commissioni di merito, che non hanno avuto dubbi al riguardo, riconoscendo completa legittimità al comportamento dei contribuenti. Per quanto concerne la prima questione, la Commissione emiliana ha ritenuto che «l’aver gravato il bene di un debito e quindi conferito una quota di capitale inferiore nella società può avere logiche economiche e gestionali che sia pure non dimostrate, si possono presumere da casi societari similari» ipotizzando, dunque, che «il socio di riferimento potrebbe intendere far partecipare all’utile di impresa in quote inferiori il socio conferente o avere la volontà di mantenere la maggioranza delle quote di partecipazione».

Nel caso del conferimento d’azienda con successiva cessione dei titoli partecipativi, la Ctp di Milano ha osservato, invece, che tali atti «devono essere visti come momenti di una più generale riorganizzazione aziendale», posto che «l’imprenditore è libero di fare le scelte che meglio si addicono al contesto sociale in cui si trova, senza elementi di criticità e di censura che portano ad interpretare in modo diverso il negozio giuridico compiuto dall’impresa».

Non si configura, dunque, in tali casi, il c.d. abuso del diritto, in quanto non può essere vietato al contribuente organizzare la propria impresa e ricercare legittimamente il risparmio d’imposta (garantito dalla Costituzione, artt. 23 e 41) attraverso il compimento di una consecutio di atti negoziali legittimi, di per sé dotati di autonomo significato economico e giuridico.

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