Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

In portafoglio entra la sindrome cinese

Archiviata la questione Merkel, rinviato il processo di tapering negli Usa (anche se sono subentrati i timori per lo shutdown), posto un primo rimedio all’instabilità italiana, gli occhi degli investitori sono puntati sulla “fabbrica del mondo”. Dopo vent’anni di crescite del Pil a due cifre, per la Cina il 2013 potrebbe chiudersi con un aumento di “appena” il 7,5% (e forse meno, per gli analisti più preoccupati).
Inutile dilungarsi sugli effetti di un rallentamento del motore cinese per una congiuntura già problematica per mille e una ragione. Tanto più perché è l’intero insieme dei paesi emergenti che da mesi sta inviando segnali interlocutori, se non addirittura di difficoltà. «Tutti gli asset emergenti, inclusi bond e divise, sono stati comprati a man bassa dagli investitori – osserva Roberto Plaja, advisor indipendente con trascorsi in Jp Morgan, Intesa Sanpaolo e Goldman Sachs – spinti dalla continua riduzione dei rendimenti degli investimenti più tradizionali. Ora l’annunciato cambio di rotta nella politica monetaria della Federal Reserve ha creato dubbi e timori, e di conseguenza gli investitori stanno riposizionandosi su impieghi considerati più controllabili. Naturalmente questo non contribuisce a rasserenare le prospettive degli asset emergenti». Anche i dati macroeconomici non lasciano grande spazio all’ottimismo. «Soprattutto in prospettiva – precisa Simona Costagli in un report del Servizio Studi Bnl, Gruppo Bnp Paribas – le sorti dell’economia mondiale risentiranno della previsione al ribasso relativa ai paesi emergenti, che dal +5,3% di aprile scende al +5%, una soglia che, a esclusione del 2009, non era mai stata toccata dal 2003 a oggi. Il calo delle stime ha riguardato tutti i principali paesi emergenti, ma è soprattutto il dato cinese a destare interesse. D’altro canto è difficile individuare tra gli emergenti nuovi motori in grado di sostituire nel breve periodo, almeno in parte, la Cina».
Il vero nodo della questione, in grado di indicare la direzione per l’ultima parte dell’anno, resta dunque la condizione di salute di Pechino. Non solo: la frenata in corso apre una finestra che gli investitori più coraggiosi potrebbero prendere in considerazione per procedere a eventuali posizionamenti su un mercato sempre più centrale. Ma si tratta di una mossa sensata oppure è un azzardo? «Il mercato cinese – risponde Plaja – è effettivamente uno dei pochi a buon mercato, ma lo è da più di un anno. Investire in questo momento è una mossa che potrebbe funzionare. L’incognita è l’orizzonte temporale: non sono convinto che i frutti arrivino in sei mesi. Credo che serva maggiore pazienza».
Le correzioni – particolarmente incisive – di questi mesi hanno colpito contemporaneamente sia il comparto azionario sia l’obbligazionario, senza risparmiare le valute. Un fenomeno insolito, che ha contribuito ad accrescere i timori risvegliando lo spettro del 1997, anno nel quale l’universo emergente aveva subìto una severa correzione. «Oggi però il mondo emergente è molto più robusto e diversificato – ribatte Didier Saint-Georges, componente del Comitato investimenti di Carmignac Gestion – e ciò perché è cambiato il modello di crescita: meno debiti esteri e tassi di cambio flessibili». Tuttavia, conclude l’esponente di Carmignac, questo non eviterà una stagione di alta volatilità.
Condizioni difficili, ma che se adeguatamente sfruttate potrebbero risultare proficue: «Le vendite indifferenziate di questi mesi – interviene Erdinc Benli, responsabile emerging market equities di Swiss&Global – creano buone opportunità di ingresso per gli investitori orientati sul lungo termine. I paesi emergenti soffrono in questo momento di un elevato deprezzamento rispetto agli stati sviluppati e hanno già scontato le aspettative negative». Quanto alla Cina, secondo Swiss&Global, si è aperta una nuova stagione caratterizzata da riduzione del debito e da una crescita basata sulla qualità anziché sulla quantità. «I settori che ne beneficeranno – conclude Jian Shi Cortesi, gestore del fondo Jb Chindonesia – sono l’healthcare e le tecnologie». A questi Diamond Lee, gestore del fondo Ignis international China, aggiunge auto e servizi.
Ma non mancano gli inviti a muoversi con prudenza. «Le economie emergenti non hanno comunque superato il peggio – avverte Christophe Bernard, chief strategist di Vontobel Group – e solo Pechino sembra risalire la china. Anche se prevediamo una netta contrazione dei tassi di crescita a lungo termine, la Cina ha i mezzi e la volontà per mantenere una traiettoria di crescita del 7% sul breve termine, anche se con mezzi obsoleti e tutt’altro che sostenibili».

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

L’anno del Covid si porta via, oltre ai tanti morti, 150 miliardi di Pil. Ma oggi si può dire che...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Forte crescita dell’attività di private equity nei primi due mesi dell’anno. Secondo il dodices...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Goldman Sachs ha riavviato il suo trading desk di criptovalute e inizierà a trattare futures su bit...

Oggi sulla stampa