Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

In Piazza Affari è finito il momento magico investitori più cauti sulle Ipo

Milano L a liquidità c’è, l’interesse per l’Italia pure e infine l’effetto- Renzi aiuta; ma questo non significa che vada bene tutto e che gli investitori siano disposti a comprare a qualsiasi prezzo. Soprattutto per le matricole, mentre continuano a registrare il tutto esaurito gli aumenti di capitale delle banche (in settimana sono chiusi con successo quelli di Creval e del ben più impegnativo Montepaschi). «Non c’è niente da fare, il momento magico di due mesi fa è ormai alle spalle, adesso il mercato si è fatto più difficile», commenta un operatore che sta seguendo da vicino le Ipo di queste settimane. Il riferimento tra le righe è alla quotazione di Anima, che dopo un momento di sbandamento ora viaggia stabilmente sopra il prezzo di collocamento e guadagna circa il 4,5% rispetto a quel valore. Dunque un bilancio positivo, ma niente a che vedere con quel premio alla quotazione che in genere veniva riconosciuto agli investitori in fase di collocamento. E, soprattutto, gli esempi successivi rischiano di essere più incerti: Fineco ad esempio ha avuto un buon livello di richieste – intorno a 3 volte ma è stata aggiudicata quasi al minimo della forchetta: 3,7 euro per azione contro i 3,5 indicati come base. Forse qualcuno non ha troppo apprezzato i legami viscerali con la casa-madre Unicredit, ad esempio in termini di impieghi della liquidità e di investimenti nei bond della casa, per non parlare del fatto che lo stesso marchio Fineco non è

di sua proprietà, ma della controllante di Piazza Cordusio? Comunque la banca ha un buon business e quantomeno dovrebbe dare buone soddisfazioni in futuro. Ben più in salita si prospetta invece la strada per Fincantieri, che ha deluso sotto il profilo della domanda istituzionale, nonostante l’ormai consueta revisione al ribasso della forchetta di prezzo. Né troppo brillanti sono stati gli esordi in Borsa di Cerved. Il gruppo è leader in Italia per la fornitura di Credit information (in pratica di rating e valutazioni di affidabilità sulle società, in particolare Pmi) e ha debuttato pochi giorni. Talmente pochi che parlare di andamento è prematuro, ma se il buongiorno si vede dal mattino non c’è davvero da andar fieri: non è rimasta mezz’ora sopra il prezzo di collocamento e alla fine della scorsa settimana perdeva circa il 3%. «Cerved è un’azienda sana, che cresce e assume con continuità da cinque anni a questa parte – spiega Gianandrea De Bernardis, ad del gruppo – e continueremo a farlo anche con una politica di acquisizioni: in media ne facciamo una-due l’anno, e il nostro target sono aziende con un Ebitda di qualche milione e un percorso di sinergie chiarissime. Siamo un gruppo solido e costante. Diciamo che siamo un diesel, ma di quelli moderni, che sanno anche scattare». Insomma, Cerved continua a puntare sulla crescita (e per gli azionisti dovrebbero arrivare anche i dividendi, per la parte di free cash flow che dovesse avanzare dopo eventuali acquisizioni). Allora, perché un’accoglienza così freddina in Borsa? Di sicuro ha pesato – su Cerved come su Fineco, e continuerà a farlo – l’effetto- ingorgo sul mercato: una quarantina di Ipo in giro per il mondo, 24 in Europa, un calendario iper affollato a Piazza Affari (Rottapharm è in rampa di lancio per l’Ipo questa settimana, mentre altre società stanno facendo una corsa contro il tempo per arrivare entro luglio e non doversi fermare per la pausa agostana). Però potrebbe aver pesato qualche altre considerazione, più legata specificamente a Cerved. Ad esempio il fatto che il fondo di private equity Cvc, che aveva rilevato solo a inizio 2013 la società da altri fondi di private equity (Bain Capital e Clessidra) ha deciso di alleggerire significativamente la sua partecipazione in Ipo. Inoltre i fondi raccolti attraverso l’aumento di capitale (229,5 milioni) sono stati destinati a rimborsare debiti per 250 milioni (così la leva scenderà a tre volte, un rapporto più sostenibile rispetto a quello pre-Ipo); apparentemente un bene, però quei 780 milioni di indebitamento pre-Ipo erano proprio il debito rinveniente dall’operazione di leveraged buy out fatta da Cvc al momento dell’acquisizione. La società infatti fu pagata 1,130 miliardi, ma per soli 350 milioni con l’equity. Dopo un anno e mezzo Cvc porta a casa 198,9 milioni dalla vendita di azioni, che potrebbero salire a 260,1 se verrà esercitata la green shoe, resta con il 56,9% della società (50,8% considerando la green shoe) e conserva la maggioranza assoluta di un gruppo alleggerito dai debiti grazie al mercato, che ha sottoscritto l’aumento. Tutto scritto nel Prospetto e, peraltro, nulla di diverso dalla classica struttura delle operazioni fatte dai private equity, per carità; inoltre l’Ipo è andata soprattutto agli investitori istituzionali (il retail ha sottoscritto la metà della pur piccola quota – il 10% – che gli era stata riservata); dunque, hanno comprato investitori consapevoli e in grado di valutare il business, buono anche se non con tassi di crescita brillanti. Ma ciò non toglie che la rapidità di smobilizzo di una parte importante della quota del fondo possa non essere stata apprezzata da tutti. LA BORSA A destra, Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa. A sinistra, l’andamento dell’indice della Borsa Italiana, Ftse Mib; l’andamento intraday del titolo Cerved Group venerdì scorso e i numeri del gruppo

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Un voluminoso dossier, quasi 100 pagine, per l’offerta sull’88% di Aspi. Il documento verrà ana...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La ripresa dell’economia americana è così vigorosa che resuscita una paura quasi dimenticata: l...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Ancora prima che l’offerta di Cdp e dei fondi per l’88% di Autostrade per l’Italia arrivi sul ...

Oggi sulla stampa