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In pensione con taglio del 3-4%

È probabile che una prima indicazione concreta sulle misure previdenziali che potrebbero entrare in manovra (o in un Ddl collegato) arriverà giovedì, quando i ministri Pier Carlo Padoan e Giuliano Poletti verranno auditi a Montecitorio dalle commissioni riunite Bilancio e Lavoro di Camera e Senato. Oggetto dell’appuntamento è fare un punto sullo stato di utilizzo delle risorse destinate alle misure di salvaguardia degli «esodati». Ma a quanto sembra le intenzioni del Governo sono di uscire dalla teoria delle salvaguardie annuali e dare invece una soluzione strutturale, di impatto il più possibile limitato sul disavanzo.
Ieri anche Matteo Renzi ha confermato la linea che il ministro dell’Economia va perorando da settimane: «I conti pensionistici non si toccano – ha detto il premier alla direzione del Pd – non andiamo ad intervenire mettendo la voce più sui costi delle pensioni. Ma se esiste la possibilità, e stiamo studiando il modo, per cui in cambio di un accordo si può consentire la flessibilità è un gesto di buon senso e buona volontà». Secondo il premier, bisogna lavorare ad una soluzione che «consenta forme di flessibilità in uscita con un piccolo aumento dei costi nell’immediato che poi vengono recuperati» successivamente. Dunque le ipotesi in campo sono tutte da prendere in considerazione fino a che non arriverà il via libera a quella più sostenibile. I paletti fissati sarebbero tre: la dote massima dell’intervento non dovrebbe superare il miliardo (cui va aggiunto il mezzo miliardo già prenotato per la perequazione degli assegni a seguito della sentenza 70/2015 della Consulta), l’anticipo non dovrebbe superare i 3-4 anni rispetto ai requisiti di vecchiaia (66 anni e 7 mesi per gli uomini e 65 e 7 mesi per le lavoratrici dipendenti del settore privato) e infine la penalizzazione non dovrebbe essere inferiore al 3-4% l’anno per ogni anno di anticipo.
Entro questi paletti si trovano le diverse ipotesi di intervento cui stanno lavorando i tecnici. A partire dalla «nuova opzione donna» di cui si parlava ieri in ambienti vicini al dossier: uscita anticipata delle donne dal lavoro dal 2016 a 62-63 anni, quindi con tre anni di anticipo, e con 35 di contributi ma non più con ricalcolo contributivo dell’assegno (che equivale a un taglio del 25% circa) ma con una penalizzazione del 3,3% l’anno per massimo tre anni (con penalty non oltre il 10%). Si eviterebbe così l’innalzamento di 22 mesi previsto a gennaio per le dipendenti private (il requisito di vecchiaia è oggi 63 anni e nove mesi e sale come detto a 65 e 7 mesi). «Sappiamo che c’è un aspetto da risolvere legato a uno scalino alto che blocca il turn over introdotto dalla legge Fornero» ha detto ieri Poletti confermando che le opzioni sono al vaglio «assieme al ministro Padoan».
Pure per i maschi che perdono il lavoro a pochi anni dalla pensione (non più di 3 o 4 anni) si studia la possibilità di una penalizzazione annua almeno del 3-4%, la minima indispensabile per garantire un equilibrio attuariale all’anticipo. Ma in campo resterebbe anche un possibile «prestito pensionistico», un assegno di solidarietà che scatta alla scadenza della Naspi nelle situazioni di maggiore disagio (forse utilizzando l’Isee) per disoccupati senior che poi restituirebbero con piccoli prelievi sulla pensione definitiva a regime.
Si tratta in ogni caso di interventi soft che, se possono garantire un equilibrio nel medio-lungo periodo, necessitano comunque di una copertura di cassa nei primi anni di applicazione. E qui, appunto, sta il nodo tecnico, da risolvere nel quadro delle coperture dell’intera manovra. Certo la pressione politica è fortissima in Parlamento, per non dire del fronte sindacale. Ma la spesa pensionistica non si può toccare con disinvoltura. Come ricorda l’Economia nella Nota al Def, da qui al 2050 la sua minore incidenza potrebbe essere di 60 punti percentuali di Pil. Un risultato cui concorrerebbero per due terzi le riforme varate dal 2004 in poi e per un terzo la sola riforma Fornero. All’andamento di quella spesa Bruxelles guarda periodicamente per verificare se l’Italia rispetta tutte le regole, a partire da quella che prevede un calo duraturo e significativo del debito pubblico.

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