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In pensione anticipata ma le aziende e i lavoratori pagano assieme allo Stato

Si riapre il cantiere delle pensioni. Obiettivo: reintrodurre forme di flessibilità di uscita dal lavoro con il contributo finanziario dello Stato, delle aziende e del singolo lavoratore interessato al pensionamento. Il piano — l’ha annunciato ieri il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini — è allo studio del governo. Lunedì prossimo è in calendario un nuovo incontro tecnico al ministero del Lavoro con l’Inps e i rappresentanti del Tesoro.
«Lo strumento allo studio — ha detto il ministro — è finalizzato alla transizione, su base volontaria, dal lavoro alla pensione, fermi restando i requisiti dell’attuale normativa. Tale strumento andrebbe incontro a persone e a imprese (come quelle di minori dimensioni) che attualmente non possono utilizzare gli strumenti previsti».
Le linee direttrici, per una sorta di aggiustamento della riforma Fornero, sembrano, dunque, essere queste: si potrà andare in pensione alcuni anni (dai due ai quattro) prima di aver maturato i relativi requisiti anagrafici (66 anni e tre mesi per il 2014); l’assegno pensionistico anticipato sarà pagato dall’impresa con un eventuale contributo (sotto forma di prestito al lavoratore) dello Stato e il lavoratore dovrà restituire una parte di questo “prestito previdenziale” senza pagare interessi e in un tempo molto lungo. Tutto ruoterà intorno alla volontarietà del lavoratore. Si eviteranno così nuove ondate di cosiddetti esodati e le imprese avranno più tempo per adeguarsi, nella gestione della propria forza lavoro,al repentino innalzamento dell’età pensionabile stabilito dalla legge del 2011.
Già oggi, d’altra parte, la legge (in questo caso la riforma Fornero sul mercato del lavoro) prevede la possibilità che nelle aziende con più di 15 dipendenti, nei casi di crisi per ristrutturazione e previo accordo con i sindacati, si possa incentivare l’uscita dei lavoratori più anziani (quelli a cui mancano quattro anni per maturare i requisiti per la pensione di vecchiaia o anticipata) con l’impegno del datore di lavoro di corrispondere al lavoratore unassegno pari alla pensione e contemporaneamente versare all’Inps i contributi figurativi. Un sistema assai costoso (finora vi hanno fatto ricorso esclusivamente i grandi gruppi come, per esempio, l’Enel) tanto che la legge stessa stabilisce che l’impresa debba presentare all’Inps«una fideiussione bancaria» a garanzia della solvibilità dell’obbligo che sottoscrive con il lavoratore. L’idea di Giovannini è quella di trovare il modo per estendere questa possibilità di pensionamenti anticipati anche alle piccole imprese, quelle sotto i quindici dipendenti, che non hanno la forza finanziaria dei gruppi più grandi e all’interno delle quali, non è prevista la presenza delle organizzazioni sindacali con cui la legge stabilisce che si debba trovare l’accordo.
C’è però un problema di costinon indifferente con effetti, ovviamente, sull’equilibrio dei conti pubblici. L’Inps ha stimato che per l’introduzione di un sistema del tutto flessibile per andare in pensione (come, per esempio, prevede la proposta di legge presentata dall’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, e dal sottosegretario all’Economia, Pier Paolo Baretta) con un’età compresa tra i 62 e i 70 anni, con 35 anni di versamenti contributivi, e penalizzazioni crescenti man mano che ci si allontana dall’età fissata per legge, siano necessari dai 6 ai 7 miliardi di euro. Cifra che scenderebbe tra i 2 e i 3 miliardi nel caso del “prestito previdenziale”. Che sarebbe previsto anche per tutelare i lavoratori più anziani, i quali una volta perso il lavoro si ritrovino senza alcuna tutela e senza, appunto, l’azienda alle spalle. Il sostegno al reddito, in questo caso, verrebbe erogato dall’Inps. Si parla di non più di 700 euro integrato da un possibile “chip” dello Stato.
In Parlamento c’è una sostanziale convergenza nel proporre forme di flessibilità per il pensionamento. Sia il Pd che il Nuovo centro destra, nella maggioranza, hanno apprezzato l’annuncio di Giovannini. Bisognerà vedere se saranno poi d’accordo sulla proposta che scaturirà dal confronto tecnico Lavoro-Inps-Tesoro. Favorevoli anche i sindacati che spingono perché si passi dalle parole ai fatti e si modifichi strutturalmente la riforma Fornero. «È proprio quella legge che va cambiata», ha detto il segretario confederale della Cgil Vera Lamonica.
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