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In Italia quasi tre milioni di senza-lavoro

ROMA — Un esercito di 2 milioni 792 mila persone con molti giovani, molte donne, ma dove anche gli uomini risultano in aumento; un esercito in crescita. E’ così che i dati Istat di giugno descrivono la platea dei disoccupati italiani: le cifre sono da record, in termini assoluti non siamo mai andati così vicini al tetto dei tre milioni, non almeno da quando – nel 1992 – è iniziata la nuova serie storica di rilevazioni statistiche sul tema. Il tasso dei senza lavoro ha raggiunto quota 10,8 per cento (mai così alto dal 2004), in aumento dello 0,3 per cento sul precedente mese di maggio e del 2,7 su giugno 2011. In un solo anno le persone che non hanno lavoro e ne stanno cercando uno sono aumentate di 761 mila unità (più 37,5 per cento sul 2011), di cui 73 mila solo fra maggio e giugno: segno evidente che, per quanto riguarda l’occupazione, non stiamo uscendo dal tunnel.
C’è semmai una sorta di riposizionamento in corso: resta a livello allarmante la disoccupazione giovanile nella fascia compresa fra i 15 e i 24 anni. Il tasso tocca ora il 34,3 per cento e i ragazzi e le ragazze in cerca di lavoro sono 608 mila. Guardando al genere, è pari al 10 per cento la disoccupazione maschile e al 12 quella femminile (entrambe in crescita, ma con una maggiore velocità della prima sulla seconda). Sono invece in decisa flessione gli inattivi, ovvero quelle persone che non hanno un lavoro, ma nemmeno lo cercano più: questa platea di delusi e rassegnati è diminuita, in un anno, di ben 752 mila unità. Segno che il perdurare della crisi sta comunque spingendo le persone a provarci: peccato che all’aumento nell’offerta non corrisponda un aumento nella domanda.
Non è confortante, in realtà, nemmeno il quadro europeo. Nei Paesi dell’area euro, a giugno, il tasso di disoccupazione ha toccato l’11,2 per cento, il livello più alto dal 1999, ovvero dalla creazione dell’Eurozona. Un anno fa era fermo al 10 per cento: i senza lavoro sono 17,8
milioni. Si va dal 6,8 per cento, dati di luglio, della Germania (6,6 un anno fa), ai picchi drammatici di Spagna e Grecia (24,8 e 22,5 per cento secondo le rilevazioni Eurostat di giugno).
Un quadro che – nonostante il raffreddamento dell’inflazione passata, a luglio, al 3 per cento sul 3,3 di giugno (ma sale a 4 tenendo conto solo del carrello di beni acquistati con maggior frequenza) – preoccupa molto i sindacati. Per la Cgil la riforma del lavoro «con l’annessa diminuzione delle coperture sugli ammortizzatori, combinata all’allungamento dell’età pensionabile, ha determinato un corto circuito nelle dinamiche del mercato del lavoro». Secondo la Cisl dietro a tale risultato ci sono invece «anni di politiche sbagliate »: ora – per innescare la svolta – è necessario «ridistribuire il carico fiscale a tutela dei redditi più bassi e delle famiglie e attuare politiche di rilancio degli investimenti». Per la Uil, i dati Istat dimostrano «che non siamo riusciti a fare una politica del rigore aumentando la capacità produttiva del Paese; se per la crisi si intende quella vera, ovvero la perdita di posti di lavoro e la recessione, allora non siamo per nulla all’uscita del tunnel».

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