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In gioco 90 milioni di tagli


Le donne del settore privato andranno in pensione di vecchiaia più tardi: già nel 2024 potrebbe essere necessario il requisito dei 65 anni. In questo modo dovrebbe essere anticipata la progressione delineata con il decreto legge 98/2011. L'anticipo potrebbe fruttare risparmi per 90 milioni.

All'inizio, per le donne l'aumento dell'età per la pensione di vecchiaia è stato un problema di diritto, per la precisione una situazione di discriminazione alla luce dei principi del Trattato Ue. La Corte europea, nel 2008, nel decidere una causa promossa dalla Commissione ha chiesto all'Italia di rimuovere la discriminazione basata sul sesso che consentiva alle donne di andare in pensione di vecchiaia a 60 anni, mentre costringe gli uomini a lavorare fino a 65 anni. Quella sentenza riguardava il settore pubblico ed è stato sulla sua scorta che il legislatore ha innalzato l'età per la pensione di vecchiaia per le donne che lavorano per lo Stato, gli enti locali e le Regioni: oggi occorrono 61 anni, che diventeranno 65 dal 2012.

Ora, con l'emergenza economica e finanziaria l'aumento del requisito dell'età è diventato una questione di risparmi. Con il decreto legge 98/2011 si è intervenuti secondo una scaletta molto graduale per innalzare il requisito dell'età della vecchiaia anche nel settore privato: le donne – secondo la progressione pubblicata a lato – avrebbero dovuto compiere i 65 anni nel 2026.

Dopo le sollecitazioni di Bruxelles per interventi strutturali, così da preparare le condizioni per la crescita ed evitare situazioni di contagio per possibili "buchi" finanziari, l'età per la pensione di vecchiaia delle donne è stata l'oggetto principale di un possibile compromesso all'interno del Governo tra Pdl e Lega. E l'ipotesi su cui si lavora sarebbe l'anticipo al 2012 del progressivo aumento dell'età pensionabile per le dovve del privato.

Non si sa, a questo punto, se verrà ritarato l'altro elemento che incide sul requisito dell'età per la pensione, di vecchiaia come per l'assegno di anzianità: l'aspettativa di vita. Si tratta del parametro, elaborato ogni tre anni dall'Istat, che misura la speranza di vita degli italiani. Se questa cresce, aumentano i requisiti anagrafici per le pensioni, per uomini e donne, del settore pubblico e del privato, per la vecchiaia e l'anzianità. L'adeguamento atuomatico del requisito dell'età diventerà operativo dal 1° gennaio 2013, a meno di nuovi correttivi. Il primo incremento, all'insù, sarà di tre mesi. Se l'aspettativa di vita continuerà a crescere, il requisito dell'età della pensione sarà in automatico trascinato in avanti ogni tre anni, con un effetto cumulo che, prima del 2030, potrebbe portare il requisito dell'età per l'assegno di vecchiaia a superare i 67 anni. Questo vale per uomini e donne, del pubblico e del privato, con un requisito anagrafico nominale di 65 anni. Quanto detto finora, dunque, è al netto di eventuali decisioni per un innalzamento secco – a prescindere dalla variabile dell'aspettativa di vita – a 67 anni del requisito per la pensione di vecchiaia. Alla girandola di numeri va aggiunta un'ultima annotazione: una volta raggiunta l'età della pensione e il minimo di contributi i lavoratori devono attendere un anno o 18 mesi – rispettivamente per i dipendenti e per gli autonomi – prima di ricevere il primo assegno. Il meccanismo, che è stato ribattezzato "finestra", potrebbe portare l'età effettiva del collocamento a riposo a ridosso dei 70 anni.
 

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