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«In finanziaria meno tasse sul lavoro»

Nella Legge di stabilità del 2015 ci sarà un ulteriore abbassamento delle tasse sul lavoro, se possibile tramite un taglio di altri 10 punti di Irap (costo 2,4 miliardi) o tramite la soluzione contributiva. Matteo Renzi, anche in vista del vertice informale Ecofin che si svolgerà nel fine settimana a Milano, prova a tracciare la road map italiana dal salotto di Bruno Vespa. E nonostante la gelata del Pil («non sono molto ottimista: il Pil balla intorno allo zero, e aver rallentato la caduta non è sufficiente per ripartire») rilancia sull’abbassamento delle tasse e sul taglio del 3% della spesa pubblica, circa 20 miliardi, in maniera mirata o non lineare. Cottarelli o non Cottarelli.
Il commissario alla spending voluto da Enrico Letta, infatti, è sul piede di partenza. «Tre mesi fa Cottarelli ha chiesto di tornare al Fmi per motivi familiari – racconta lo stesso Renzi in tv, confermando il non idilliaco rapporto e la visione spesso diversa sui tagli da effettuare –. Io gli ho chiesto di aspettare la Legge di stabilità per non dare l’impressione che i tagli alla spesa non si fanno. Dopodiché io penso che la spending la fai comunque, con o senza Cottarelli, con o senza Renzi». Tra le divergenze avute con Cottarelli nella ultime settimane Renzi ha ricordato la questione delle pensioni “alte”: il premier ha spiegato che il commissario voleva tassare quelle sopra i 2mila euro ma lui si è detto contrario. «Non si possono dare i soldi a quelli che prendono meno di 1.500 euro prendendone da chi ne guadagna 2mila – ha detto riferendosi al bonus di 80 euro per i redditi medio bassi, che sarà confermato nella legge di Stabilità e possibilmente esteso alle partite Iva e ai pensionati –. Credo che sia un errore spargere il panico tra i pensionati per racimolare 100 milioni di euro».
Cottarelli a parte, il nodo della spending review è ben presente al governo. E ancora tutto da sciogliere. Oggi Renzi, che nega che anche questa volta ci saranno tagli lineari, riunirà a Palazzo Chigi tutti i ministri proprio per individuare le spese improduttive da eliminare. E il metodo sarà diverso da quello seguito dai governi precedenti: a individuare i tagli del 3% saranno gli stessi ministri, nella consapevolezza che parte di quei tagli potranno essere reinvestiti negli stessi ministeri. Come il miliardo che Renzi vuole mettere a disposizione della scuola, o come le risorse per sbloccare stipendi e scatti delle forze dell’ordine («secondo i ministri i soldi ci sono»). Ma a patto che la si finisca subito con inaccettabili minacce: «Ai poliziotti e ai carabinieri vanno tutta la mia gratitudine e il mio rispetto. Ma dire, come hanno fatto i sindacati e i Cocer, di voler scioperare è inaccettabile nei toni oltre che illegale, dal momento che la legge non permette alle Forze dell’ordine di fare lo sciopero generale. Si rimangino lo sciopero e ne riparliamo». Quanto agli altri sindacati (leggasi Cgil), «scioperano a prescindere, senza ancora conoscere la riforma del lavoro. Un fatto straordinariamente affascinante».
Con il Pil che «balla» attorno allo zero, un aiuto al governo arriva dal taglio dei tassi della Bce che, ringrazia Renzi, «potrebbe fare la svolta della politica monetaria europea» se le banche daranno i soldi alle imprese. C’è poi l’altra partita del piano Juncker (i 300 miliardi promessi per gli investimenti) e dello scorporo degli investimenti dal patto di stabilità. Sabato a Milano ci sarà il primo banco di prova del «patto del tortellino» contro l’austerità stretto a Bologna tra i leader socialisti europei. Quanto al doppio ruolo di premier e segretario del Pd, Renzi conferma che non ha mai pensato «neanche per un nanosecondo» di lasciare Largo del Nazareno.

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