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«In Fiat fino al 2018, poi farò altro»

Sergio Marchionne che conferma: resterà fino alla fine del 2018, per completare il piano industriale, poi «farò sicuramente qualcos’altro». John Elkann che ripete «non ho intenzione di vendere»: margini per cedere titoli senza perdere la maggioranza Exor ne ha, e ampi, ma lo farà solo se e quando — non oggi, né domani — per Fiat Chrysler Automobiles si profilasse una nuova alleanza che «avesse un senso». Ossia «servisse a rendere la società più forte». 
È la vigilia dell’esordio di Fca a Wall Street. E del road show americano. Amministratore delegato e presidente preparano il terreno in molti modi: il colloquio con Business Week , anticipato ieri da Bloomberg , è uno di questi. Seduti fianco a fianco, manager e primo azionista mandano in definitiva lo stesso messaggio: stabilità e continuità. Marchionne lo fa assicurando, ancora, la propria presenza per tutta la durata del piano quinquennale, dopo il quale ci saranno da fare «molte cose totalmente diverse da quelle che faccio io» (e anche se a 66 anni potrebbe tranquillamente continuare, «non cambierò idea: lasciamo che siano giovani svegli a fare questo lavoro, a me piacerebbe ritrovare il tempo per pensare»). Elkann rafforza garantendo l’appoggio all’azienda e al management — continuità anche qui: per la successione «ho fiducia nella nostra panchina», in allenamento ci sono «forti candidati interni» — ben oltre il 2018. Ma non nell’immobilità. Condannerebbe all’irrilevanza.
Il quadro è semplice. E il doppio colloquio con Business Week , accolto dalla Borsa con rialzi fino all’1,5% prima che i mercati invertissero la rotta e anche il guadagno Fiat si azzerasse, serve ai vertici del gruppo per rifocalizzarne i contorni. Per cominciare: l’auto globale va verso una razionalizzazione che il presidente di Fca prevede per i prossimi cinque-dieci anni e che per l’amministratore delegato può, anzi deve, anzi avrà Fiat Chrysler tra i protagonisti. Tutt’altro che di secondo piano, nelle intenzioni: «C’è lo spazio per creare un gruppo più grande» dell’attuale numero uno, Toyota.
È chiaro che è in quello spazio che Marchionne colloca le ambizioni di Torino-Detroit. E che è quello il riferimento di Elkann quando ribadisce che no, la famiglia Agnelli non abdicherà al proprio ruolo, ma «se avesse un senso» — appunto — «è pronta a partecipare» al processo di consolidamento. Facile conciliare i due obiettivi, ora che la sede legale è in Olanda e là vige il voto multiplo. Il 30% che oggi Exor ha in cassaforte peserà molto di più (fino al 46%: la percentuale esatta si conoscerà nelle prossime ore e dipenderà dai calcoli finali del recesso). Dunque, «al servizio» di un’eventuale nuova alleanza per Fiat Chrysler — non «obbligata» a un matrimonio, ripetono i vertici, e certamente non in Europa — la holding potrebbe mettere un pacchetto consistente mantenendo, allo stesso tempo, il suo status di primo azionista. Indolore. Però, ancora, solo allo stadio di scenario.

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