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In discussione alla Bce una riduzione dei tassi

Gli ultimi giorni hanno visto un’intensificazione delle pressioni sulla Banca centrale europea perché intervenga, nella sua riunione di domani, per alleviare la crisi dell’Eurozona, ma la maggior parte degli economisti che seguono da vicino l’Eurotower ritiene che per ora l’istituto presieduto da Mario Draghi non si muoverà. Preparando però il terreno per un’azione che potrebbe includere un taglio dei tassi d’interesse già nel mese di luglio. Qualcun altro ricorda però che la Bce dell’era Draghi ha sorpreso tutti con l’annuncio di una riduzione dei tassi al suo debutto nel novembre scorso, facendo il bis a quella successiva e accoppiandola con la massiccia iniezione di liquidità a favore delle banche.
Nelle considerazioni della Bce, che sta valutando tutte le opzioni a sua disposizione in uno dei momenti più difficili della vita dell’Unione monetaria, ci sono aspetti di carattere “politico” e di carattere tecnico. Sotto il primo profilo, lo stesso Draghi ha sollecitato i Governi europei a chiarire la loro visione a dieci anni del futuro dell’Eurozona e ha chiesto esplicitamente che si muovano verso un piano per la crescita e un’unione bancaria. È possibile che voglia aspettare che i politici rispondano ai suoi richiami, presumibilmente al vertice europeo di fine mese, prima di muoversi a sua volta, come è avvenuto l’inverno scorso con la sua richiesta di un fiscal compact. D’altra parte, la Bce è a sua volta sottoposta alla pressione dei politici: qualcuno, come il neoeletto Governo francese, ha chiesto addirittura che il mandato della banca venga rivisto per includere la promozione della crescita oltre alla lotta all’inflazione, qualcun altro, come il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, che la Bce riprenda i suoi acquisti di titoli sui mercati per frenare la corsa degli spread del debito sovrano di Madrid. L’imminenza delle elezioni in Grecia e in Francia, e le ripercussioni sui mercati, sono altri fattori politici che potrebbero indurre l’istituto di Francoforte a una linea attendista.
Nella valutazione tecnica della Bce, tuttavia, c’è, ancor prima del giudizio sui mercati stessi, che a tratti nell’ultimo paio di settimane sono apparsi a un passo dal finire fuori controllo, l’esame della situazione economica. Questa ha senza dubbio mostrato di recente un grave deterioramento, come evidenziato da tutti gli indicatori (l’indice Pmi, quello Eurocoin elaborato dalla Banca d’Italia, la disoccupazione, persino l’andamento negativo della massa monetaria M3).
Nel secondo trimestre dell’anno, la crescita, a zero nel primo solo grazie al sostegno dell’economia tedesca, probabilmente tornerà negativa. Sembra più difficile continuare a sostenere che l’attività economica «si è stabilizzata, seppure a bassi livelli», come ha fatto Draghi nelle ultime riunioni. La Bce presenta domani le sue previsioni: quelle avanzate a marzo parlavano di contrazione dello 0,1 nel 2012 e ripresa all’1,1% nel 2013. Entrambe le cifre verranno riviste al ribasso di alcuni decimali. Per di più, il quadro internazionale, con la gelata sull’economia degli Stati Uniti e la frenata di quella della Cina e degli altri emergenti, non è più in grado di fornire il supporto che era atteso fino a un paio di mesi fa. Quanto all’inflazione, gli osservatori di mercato si aspettano una modesta revisione al ribasso, ma è comunque avviata a centrare l’obiettivo di collocarsi «sotto, ma vicina, al 2%» il prossimo anno.
Secondo Elga Bartsch, di Morgan Stanley, ci sono le condizioni per procedere subito a un taglio dei tassi di 25 punti punti base dall’attuale 1 per cento. Ma molti dei suoi colleghi ritengono che la Bce resterà ferma, per ora, eventualmente preparando il terreno a un allentamento della politica monetaria a luglio. L’effetto principale di un taglio dei tassi, che difficilmente, nelle condizioni attuali, stimolerà la domanda di credito, potrebbe essere di indebolire l’euro, fattore positivo per la crescita.
La Bce terrà invece in piedi il suo arsenale di operazioni di sostegno delle banche con la fornitura di liquidità a lungo termine (queste operazioni, varate a ottobre, dovevano scadere a fine mese) anche se per ora non dovrebbe annunciare nuovi rifinanziamenti a tre anni, visto che le banche sono liquide. Una ripresa degli acquisti di debito sovrano (azzerati da 12 settimane) resta invece per ora meno probabile, a meno di un collasso del mercato.

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