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In discarica filtri anti-odore

Rischiano una multa fino a trentamila euro i gestori delle discariche che non fanno ricorso alle migliori tecnologie per eliminare i miasmi provenienti dai rifiuti. La Corte di cassazione con la sentenza 44444, depositata ieri, spezza una lancia in favore degli abitanti che vivono vicino agli impianti che raccolgono tonnellate di spazzatura, affermando il loro diritto a non essere soffocati dalle emissioni.
Nel caso specifico a vincere la battaglia contro i cattivi odori sono stati gli abitanti della Garfagnana che, dopo anni di proteste per le esalazioni che provenivano dai rifiuti in attesa di finire nel termovalorizzatore, hanno visto condannare i responsabili del loro disagio al pagamento di un’ammenda.
I giudici della terza sezione penale hanno, infatti, contestato al direttore tecnico (nonché legale rappresentante della Spa “incriminata”) e al gestore, la violazione degli articoli 8, comma 1, e 19, comma 12 del Dlgs 133/2005. La norma che attua la direttiva comunitaria (2000/76/Ce) sull’incenerimento dei rifiuti prevede, con l’articolo 8, la necessità di adottare «tutte le misure affinché le attrezzature utilizzate per la ricezione, gli stoccaggi, i pretrattamenti e la movimentazione dei rifiuti, nonché per la movimentazione o lo stoccaggio dei residui prodotti, siano progettate e gestite in modo da ridurre le emissioni e gli odori, secondo i criteri della migliore tecnologia disponibile». Obblighi che i ricorrenti sostenevano di non avere, dando della norma una lettura “minimalista” per l’assenza di uno degli elementi costitutivi del reato: l’inesistenza di prescrizioni riguardanti le emissioni di odori.
Secondo gli imputati, quando sia l’articolo 8 sia il 19 che individua le condotte sanzionabili, parlano delle migliori tecnologie possibili fanno riferimento a quelle imposte nell’atto con cui l’autorità autorizza l’impianto. È una lettura che tenta uno “scaricabarile” senza successo. Per la Suprema corte non è pensabile che una norma affidi all’ente preposto delle missioni impossibili: non solo il compito di l’individuare le migliori tecnologie disponibili in futuro ma anche quello di stabilire le modalità di progettazione e gestione delle apparecchiature utilizzate.
Decisamente meno favorevole ai ricorrenti l’interpretazione della Cassazione. Per i giudici della terza sezione è sufficiente stare al tenore letterale della legge per capire da che parte stanno gli obblighi. La disposizione prende in considerazione l’attività svolta in concreto dagli impianti nella fase post realizzazione e autorizzazione, esaminando le modalità di gestione delle apparecchiature utilizzate per abbattere i cattivi odori in tutte le fasi di gestione dei rifiuti. Si tratta di una norma generale che indica le conseguenze da evitare e che riguarda non l’impianto nel suo complesso, per il quale si è ottenuto il via libera, ma i singoli macchinari utilizzati.
La Suprema corte ricorda che il richiamo al criterio della migliore tecnologia disponibile è spesso utilizzato dal legislatore per bilanciare l’interesse alla tutela ambientale con lo sviluppo economico. Una quadratura del cerchio che si raggiunge «prevedendo nel tempo, l’adozione in maniera progressiva, di tecniche sempre più avanzate con costi sopportabili, senza che ne sia ovviamente possibile la preventiva individuazione». Il reato scatta dunque quando gli impianti non utilizzano i moderni sistemi per ridurre le emissioni e gli odori. Senza che per questo serva una «espressa previsione nel titolo abilitativo.

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