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In cinque anni l’industria perde 675mila posti

ROMA — L’industria, negli ultimi cinque anni, ha perso un posto di lavoro ogni dieci: dal primo trimestre del 2007 ai primi tre mesi di quest’anno se ne sono andati a casa, o stanno per andarci, 675.000 dipendenti. La crisi si è mangiata il 10 per cento dell’occupazione in quello che resta — edilizia compresa — il settore che produce un quarto del Pil nazionale. A fare i conti è la Cisl, che nel suo rapporto annuale sull’andamento del comparto ha messo insieme la perdita secca dei 473.640 lavoratori già licenziati, con i 201.096 a zero ore che già sono in cassa integrazione speciale o in deroga e che quindi con molta probabilità resteranno fuori dalle aziende. La somma, messa a confronto con gli oltre 7 milioni di occupati che il settore garantiva nel 2007, corrisponde ad un 10 per cento di posti saltati in aria dall’inizio della crisi. Nello stesso periodo, la produzione si è ridotta del 20,5 per cento, gli ordinativi del 17,9 e il fatturato (in termini correnti) del 4,5. Hanno tenuto le esportazioni, ma l’edilizia è andata molto sotto la media: «Il settore, invece, va sostenuto perché come indotto ne regge altri sessanta» dice la Cisl.
Parla poi da sola la parabola delle ore di cassa integrazione autorizzate che, secondo il rapporto, tra il 2007 e il 2011 (considerando assieme l’industria e l’edilizia) sono aumentate del 315,9 per cento, con un’esplosione della cassa in deroga, passata dal 7,4 al 14 per cento. Il quadro — costruito grazie ad un’indagine a tappeto sul territorio — segna anche la mappa della crisi industriale: in difficoltà — per numero di lavoratori colpiti — sono soprattutto Lombardia, Piemonte, Umbria, Lazio, Abruzzo, Campania, Puglia, Basilicata e Sardegna. Una situazione allarmante, dice il sindacato, dal quale si può uscire solo riconsiderando le scelte di governo fin qui fatte in moda da sventare la «spirale recessiva in cui in Paese si sta avvitando ». Bisogna «rimettere sul tavolo» quella politica di concertazione che solo qualche giorno fa il premier Monti ha definito come fonte di molti «mali» del passato. Per Raffaele Bonnanni, leader della Cisl, l’alternativa è invece una sola: «Un nuovo, fortissimo
patto sociale sul modello di quello del ‘93, un accordo per affrontare quest’economia di guerra». «Purtroppo non c’è ancora consapevolezza che dalla crisi si esce solo giocando sui due capisaldi che ci restano: l’industria e i servizi avanzati — ha detto — Non siamo la Spagna, abbiamo fondamentali più solidi, dobbiamo difenderli e valorizzarli, invece qui si continua a parlare solo di tagli, degli handicap strutturali non gliene frega a nessuno ». Il governo — chiede la Cisl — «si faccia vivo rispolverando il dossier sull’industria. E’ possibile che tutto il lavoro per uscire dalla crisi sia quello semplice e crudo dei tagli della Ragioneria? ». L’emergenza di un patto sociale, secondo Bonanni, è tanto più evidente quanto più avvolgente è «l’attacco speculativo, lo sciacallaggio in corso fatto apposta per portarci via i nostri gioielli: a Monti diciamo che il tempo è scaduto, deve convocarci subito ».

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