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In Cassazione partita ancora aperta

Il contrasto tra agenzia delle Entrate e professionisti (con modesto apporto di lavoro altrui) sull’assoggettabilità ad Irap è destinato a proseguire nei vari gradi di giudizio, almeno fino a quando, per il futuro, non sarà entrato in vigore il decreto previsto dall’articolo 11, comma 2, della legge delega n. 23/2014 e, per il passato, non si saranno espresse le Sezioni Unite della Cassazione.
Del resto, di fronte ad una posizione giurisprudenziale oscillante come quella tenuta dalla Suprema Corte in questi mesi (si veda Il Sole 24 Ore del 21 maggio scorso), ci si poteva aspettare un irrigidimento dell’Agenzia sulle proprie posizioni, ora “solennizzato” dalla direttiva n. 42/2014 dell’11 giugno. In attesa di vedere come andrà a finire (suggerendo, nel frattempo, un atteggiamento prudente a chi deve decidere sui versamenti a saldo Irap 2013 e in acconto 2014), appare opportuno verificare quali sono le motivazioni alla base delle sentenze contrarie alla tesi sostenuta dalle Entrate.
In proposito, l’ordinanza 9 maggio 2014 n. 10173 afferma che «la disponibilità di un dipendente (magari part time o con funzioni meramente esecutive) non necessariamente accresce la capacità produttiva del professionista, ossia non necessariamente si risolve in un fattore impersonale ed aggiuntivo alla sua produttività, potendo anche costituire una mera comodità per il professionista medesimo e per i suoi clienti». Anche in presenza di un rapporto di lavoro dipendente, sostiene la Corte nelle (numerose) sentenze che si rifanno alla linea dettata con le pronunce n. 22020 e 22022/2014, «è dunque necessario, ai fini dell’assoggettabilità del professionista all’Irap, che dagli atti risultino (ed il giudice di merito ponga a fondamento della propria decisione) evidenze da cui sia possibile dedurre che il dipendente determina un qualche potenziamento della capacità produttiva del professionista».
In buona sostanza, citando un altro precedente (sentenza n. 8834/2009), l’organizzazione deve essere valutata «non come presenza di locali, o di un computer o di una segretaria, ma di altri soggetti che producono per il titolare. Questo è lo spartiacque che identifica le attività soggette o meno all’imposta». Ed è questa conclusione che l’Agenzia ritiene inaccettabile, anche perché introduce nel già complesso panorama della soggettività passiva un ulteriore elemento di giudizio che difficilmente può essere valutato in maniera omogenea dai vari Uffici territoriali.
Una figura di assoluto rilievo come ipotesi “di confine” è quella dei medici convenzionati con il Ssn, i quali non di rado hanno alle dipendenze una segretaria per fissare gli appuntamenti o, magari, solo un addetto alle pulizie dell’ambulatorio. L’ammontare dei compensi di questi professionisti dipende quasi esclusivamente dal numero dei “mutuati”, per cui questi costi incidono solo negativamente sul valore aggiunto prodotto, anche se influiscono assai positivamente sul “benessere” di chi lavora (e sulle modalità con cui si adempie alla convenzione Asl).

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