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In Borsa con una scelta «emergente»

di Alberto Ronchetti

In questi ultimi drammatici dieci anni sui mercati finanziari poche asset class hanno segnato (in euro, ma lo stesso vale più o meno se si ragiona in dollari) un risultato positivo. E cioè l'azionario emergente (+18% circa annuo in moneta europea), quello di Hong Kong (+5%), il petrolio (+22%) e l'oro (+48%).

Lasciando perdere petrolio e oro, perché rispettivamente molto influenzati dalla speculazione e dall'idea di "ultima spiaggia", emerge con evidenza l'emerging equity come migliore scelta dell'ultimo decennio.

Ma sarà ancora così nel prossimo futuro, malgrado i rischi di recessione nel mondo industrializzato? Nell'estate sono drammaticamente aumentati e, assieme alla possibilità di un'esplosione dell'euro, hanno portato a una pesante contrazione dei prezzi azionari negli Usa e in Europa.

Gli indicatori congiunturali lasciano intravedere – sottolinea una nota di Raiffeisen Capital Management – anche «per le economie dei Paesi emergenti un crescente, sensibile affievolimento della dinamica di sviluppo. Tuttavia la crescita è ancora molto confortevole rispetto alla maggior parte dei Paesi avanzati. In parallelo con il raffreddamento economico, ora anche i tassi di inflazione nei Paesi emergenti sembrano veramente aver superato il culmine. Ma la contrazione dei prezzi delle materie prime e la politica ancora restrittiva delle loro Banche centrali dovrebbero contribuire nei prossimi mesi a una sensibile "distensione" inflazionistica». Tutto questo, continua la nota della società di gestione austriaca, «potrebbe concedere un margine di manovra più ampio sia alle Banche centrali sia ai Governi emerging per contrastare con misure di stimolo un eventuale maggiore indebolimento ciclico».

Anthony Bolton, direttore degli investimenti di Fidelity Worldwide Investment, ha le idee molto chiare. «Da tempo – osserva – stiamo vivendo in un mondo a due velocità. I diversi tassi di crescita delle economie sviluppate e in via di sviluppo rendono gli investimenti nei mercati emergenti via via più interessanti. La crescita nel mondo sviluppato, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa, continuerà a essere rallentata dalle problematiche legate al crescente debito sovrano».

In questo quadro «i mercati emergenti maggiormente dipendenti dalle esportazioni verso i Paesi più sviluppati possono essere influenzati negativamente dalla minore crescita globale. Tuttavia, in un contesto come quello attuale gli investitori sapranno, a mio avviso, premiare i mercati più dinamici. In particolare rimango del parere che la Cina, nonostante le sue sfide, sia uno dei luoghi migliori per investire».

Questo anche se, come osservano a Bank Syz, «il rallentamento globale non ha risparmiato gli emergenti, che hanno visto il loro ritmo di crescita rallentare sensibilmente durante l'estate. Il rallentamento è visibile in Brasile, Cina e India. L'inflazione per ora resta alta, ma dovrebbe attenuarsi nella seconda parte dell'anno per effetto dell'appiattimento della domanda mondiale e della sensibile frenata dei prezzi delle materie prime».

Infine per Trevor Greetham, gestore dei fondi Multi Asset ad allocazione dinamica, «il mondo occidentale affronta un futuro di crescita economica limitata, quindi i mercati emergenti dovrebbero apparire ancora più allettanti per gli investitori. La trasformazione dei mercati emergenti continuerà a prescindere da qualsivoglia volatilità a breve dei mercati azionari nei prossimi mesi».

Alcuni passi importanti sono già stati avviati per stimolare la domanda economica e gli investimenti e, nell'insieme, i mercati emerging adesso appaiono più solidi. «D'altra parte – conclude Greetham – è iniziato un passaggio epocale nei rapporti di potere economico, quindi sarà solo questione di tempo prima che i mercati azionari si adeguino alla nuova situazione».

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