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In banca via alle grandi vendite

di Guido Plutino

Dalle stelle alle stalle e ritorno. Nella scorsa ottava a Piazza Affari le banche hanno vissuto periodi nella polvere e momenti di gloria, talora nella stessa seduta.

Negli ultimi mesi non è la prima volta che si assiste a questi bruschi saliscendi e – al di là di motivi locali o contingenti, come l'emergenza greca o l'imponente aumento di capitale Unicredit – fenomeni analoghi si riscontrano in tutti i listini d'Europa. Il bilancio finale di questa volatilità resta in profondo rosso: «Il comparto bancario – spiega Silvano Carletti nell'ultimo Focus del servizio studi Bnl – ha chiuso ovunque il 2011 con una flessione annua del 30-40% delle quotazioni. Il consuntivo del comparto è molto più negativo di quello dell'indice generale e i titoli dei gruppi maggiori hanno registrato cadute anche più rilevanti».

I motivi della pesantezza del settore sono noti. In sintesi, traggono origine dalla crisi ancora in corso, che non solo è partita dalle aziende di credito ma che continua ad aggirarsi nei loro dintorni, oscillando dall'emergenza del debito sovrano alla previsione di una recessione nell'Eurozona. Ma al di là delle ragioni di contesto, con tutta evidenza ci sono nodi specifici che non si riescono a sciogliere, rendendo problematica la diagnosi sullo stato di salute delle banche e sulle loro prospettive reddituali. Incertezza e difficoltà hanno reso necessario (ma non in Italia) l'intervento dello Stato attraverso l'iniezione di capitali. Il sostegno ha riguardato circa 40 grandi gruppi.

Appena finito di festeggiare l'arrivo del 2012 a zampone e champagne, le banche sono tornate a guastare il sonno degli investitori. Il problema ha assunto le sembianze di una urgente necessità di risorse per rafforzare il patrimonio, imposta dalle autorità di controllo proprio nella fase più delicata dei mercati e in un momento in cui fare raccolta costa più caro che mai. La mole di carta in arrivo sembra una slavina: l'Eba (European banking authority) ha chiesto agli istituti di rafforzare il capitale per un totale di oltre 114 miliardi di euro. Entro giugno.

Ma cosa c'è dietro questi numeri, che suscitano grande preoccupazione in un momento connotato da una fuga generale dagli impieghi a rischio (o avvertiti come tali)? C'è un grande cantiere aperto, da cui il settore uscirà profondamente cambiato. I salvataggi pubblici avvengono infatti alla condizione che sia presentato (e realizzato) un ampio progetto di ristrutturazione. I lavori sono in pieno svolgimento a suon di cessioni di attività e rifocalizzazione del business, in un contesto reso più difficile dalla schiacciante predominanza dei venditori sugli acquirenti. Si tratta di un processo su scala globale: «Le stime molto simili di due banche d'investimento statunitensi – riprende Carletti – parlano di un processo di dismissione di attività a livello internazionale intorno a 2mila miliardi di euro, concentrato nel biennio 2012-2013 e con al centro soprattutto gli istituti di credito europei».

Resta da capire se in queste grandi manovre trovi spazio qualche opportunità per i risparmiatori. «Dal punto di vista geografico – chiarisce Giulio Baresani Varini, responsabile wealth management di Millennium Sim – la mia preferenza va alle banche italiane, in particolare a Unicredit e Intesa, perché si trovano ad affrontare una situazione domestica meno complicata di quella di altri Paesi. Per mille ragioni le quotazioni sono scese moltissimo: è indubbio che esista una criticità legata ai titoli governativi in portafoglio, ma le duration non sono elevate e la penalizzazione del sistema bancario italiano in Borsa è eccessiva. Inoltre le banche francesi e tedesche sono molto più "a leva" e quelle britanniche finora hanno vissuto di isolazionismo, ma il contesto del Paese non è migliore di quello italiano. Insomma, oggi le occasioni più interessanti si trovano dentro casa».

Attento al settore è anche Corrado Caironi, investment strategist di R&Ca Ricercaefinanza.it: «C'è però una precondizione – spiega – rappresentata dalla stabilizzazione dei rating sovrani. Oggi diversi Paesi restano sotto osservazione e sono possibili altri declassamenti. Successivamente ci aspettiamo dei downgrade anche per le banche e per questo, per ora, siamo rimasti al margine. Ma l'investitore farà bene a tenere gli occhi aperti, perché potrebbe verificarsi un cambiamento di scenario, probabilmente nella seconda metà dell'anno».

La previsione si regge su molti elementi: «Il settore bancario è sottopesato in quasi tutti i portafogli – conclude Caironi – e quando la situazione sarà meno confusa gli operatori ricopriranno le posizioni per tornare a benchmark. Inoltre nei primi sei mesi del 2012 le Banche centrali metteranno in campo una forte azione di supporto e infine le valutazioni di mercato oggi sono estremamente compresse».

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