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In banca la privacy è debole

di Dario Ferrara 

La banca lede la «privacy» del correntista, ma non basta a far scattare il risarcimento. Viola sicuramente il diritto alla riservatezza del cliente l'addetto allo sportello che consegna a un terzo estraneo il saldo del conto corrente di pertinenza del solo cliente. Ma tutto questo non basta a far scattare il risarcimento in favore del correntista: la lesione del diritto alla privacy, come ogni altro danno non patrimoniale, deve essere allegata e provata. Lo precisa la sentenza 17014 di ieri della Cassazione.

Presunzione ammessa. Bocciata la domanda risarcitoria proposta dalla cliente nei confronti dell'istituto di credito ai sensi dell'articolo 152 del Codice privacy. La donna affida a una persona di fiducia l'incarico di effettuare per suo conto un versamento in banca: lo sportellista esegue e al termine dell'operazione consegna al terzo incaricato una contabile con l'indicazione del saldo di conto corrente della donna in una busta aperta. Va bene la fiducia, ma avrà resistito il parente della donna (o l'amico o il collaboratore) alla tentazione di sbirciare? Il danno, tuttavia, non è affatto automatico (in re ipsa), nonostante l'addetto abbia consegnato a un estraneo un'informazione tanto sensibile a una persona che non ha diritto di conoscerla. Lo hanno chiarito le Sezioni unite con la storica sentenza 26972/08 che ha negato al danno cosiddetto «esistenziale» ogni cittadinanza all'interno dell'ordinamento giudiziario: il pregiudizio che ha natura non patrimoniale, anche quando è determinato dalla lesione di diritti inviolabili della persona come per esempio quello alla riservatezza, costituisce un danno-conseguenza che deve essere allegato e provato. Sì, ma in che modo? Per i pregiudizi non patrimoniali diversi dal danno biologico si deve fare ricorso alla prova testimoniale, documentale e presuntiva. A questo proposito, per esempio, la correntista sostiene l'incapacità a testimoniare dei dipendenti della banca, ma senza allegare e dimostrare di aver sollevato la relativa eccezione nel giudizio di merito.

Donna e danno. Il lavoro del presunto danneggiato, tuttavia, non è così difficile: dato che il pregiudizio non patrimoniale (diverso da quello biologico) riguarda un bene immateriale, risulta ammesso il ricorso-prova presuntiva, che è destinato ad assumere un particolare rilievo e potrà costituire anche l'unica fonte per la formazione del convincimento del giudice (non si tratta affatto d'un mezzo di prova di rango inferiore agli altri). Il danneggiato dovrà tuttavia allegare tutti gli elementi che, nel caso concreto, sono idonei a fornire la serie concatenata di fatti noti che consentano di risalire al fatto ignoto. Tutto questo, però, non riesce a farlo la signora in guerra con la cassa di risparmio locale, che pure ha visto mettere in piazza gli affari suoi dal dipendente della banca. È vero: il diritto alla privacy trova un fondamento normativo nell'articolo 2 della Costituzione, ancora prima che nel dlgs 196/03. La lesione della riservatezza, tuttavia, non è di per sé foriera di un pregiudizio risarcibile e la donna avrebbe dovuto dimostrare il danno: in presenza di un fatto storico qualificabile come illecito civile in base al principio del neminem laedere la parte danneggiata ha l'onere della prova degli elementi costitutivi di tale fatto, del nesso di causalità, del danno ingiusto e della imputabilità soggettiva.

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