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In banca ci riprovano: i voti ora si conteranno

Rivoluzione popolare. Da Milano a Bergamo e a Brescia una parte del mondo del credito mutualistico sta pensando a un futuro diverso, slegato dagli uomini di oggi e dalle regole di oggi, quella sul voto capitario soprattutto. Due delle maggiori banche italiane, entrambe quotate a dispetto della natura cooperativistica del loro progetto sociale, sono al bivio. Tra Bergamo e Brescia, dove regna Ubi, il giorno del cambiamento sarà il prossimo 20 aprile, quando l’assemblea dei soci, che quest’anno si terrà a Bergamo, voterà il futuro della banca. Scomparso il presidente del consiglio di Sorveglianza, Corrado Faissola, lo scorso 20 dicembre, con Emilio Zanetti, presidente del consiglio di Gestione, che a 82 anni ha deciso di non ricandidarsi, la banca cercherà nuovi leader e più integrati equilibri.
Spine milanesi
Alla Popolare di Milano invece sono nel mezzo del mandato che ha portato Andrea Bonomi alla presidenza e Piero Luigi Montani alla guida operativa. Rispetto alla gestione Chiesa-Ponzellini sembra passato un secolo, ma il percorso di avvicinamento a una realtà diversa non è completato. Lo sa bene chi governa Bpm, che infatti sta accarezzando un sogno che pareva impossibile solo nel 2011: la trasformazione della banca in società per azioni. Il presidente Bonomi è al lavoro sul progetto. Suoi collaboratori evidenziano come non esista altra possibile soluzione per questa banca, governata da un sistema di regole, sedimentate in un secolo di storia, che rendono impossibile la sana e prudente gestione a cui dovrebbe richiamarsi un istituto di credito.
A Piazza Meda sono consci dell’unicità della loro condizione. La trasformazione capitalistica, da banca cooperativa a società per azioni, è la medicina necessaria per sanare le distorsioni del passato e Bpm non può e non vuole diventare modello per altre popolari, dalla Sondrio al Valtellinese. A differenza di queste e di molte altre, il profilo identitario del socio della PopMilano è molto più labile. A Milano c’è una banca diversa ad ogni angolo di strada, cosa che non accade altrove, dove l’identificazione della banca locale con il territorio è estremamente marcata. Sotto la Madonnina, invece, l’unica vera identificazione è tra chi lavora in Bpm e l’istituto di credito. E in questo contesto, a fronte di talune soluzioni mirabili, se ne sono venute a creare altre imbarazzanti. È questo il nodo che si vuole sciogliere.
Soluzione Fondazione
L’ostacolo maggiore è proprio nella struttura del rapporto con i dipendenti. La soluzione prospettata è ibrida. Ma garantisce un welfare sociale che, di questi tempi, pochi altri possono permettersi. Si vuole arrivare, entro la metà di luglio, a votare in assemblea la scissione delle attività «sociali» da quelle più strettamente bancarie, creando una fondazione con un fondo di dotazione iniziale di 15 milioni di euro a cui la banca delegherà tutte le attività «politiche» e sociali, nel pieno rispetto (proporzionale) delle attuali componenti, dai pensionati ai lavoratori, fino ai soci non dipendenti. Alla Fondazione andrà, oltre la dotazione iniziale, il 5 per cento dei profitti annuali della Spa bancaria che fra un paio d’anni, a regime, sono stimati in una quindicina di milioni l’anno. Questi denari finanzieranno le attività di welfare in capo alle varie componenti e si concretizzeranno in una scuola di formazione bancaria aperta ai figli dei dipendenti. Senza vincolo di assunzione da parte di Bpm, ma con un percorso formativo — meritocratico e trasparente — tale da aprire al candidato il mercato del lavoro in tutto il settore del credito. Accomodate nella fondazione le attenzioni ai soci tipiche delle popolari e senza voto capitario in assemblea, la banca sarà libera di agire sul mercato da Spa, con quella dinamicità che è mancata negli ultimi decenni. Il percorso, ancora tortuoso, è sottoposto a molte verifiche, sia interne che delle parti sociali, che delle autorità di vigilanza. Ma Bonomi sembra crederci fermamente e luglio, si sa, è il mese della presa della Bastiglia. Quello del 2013 potrebbe anche sancire la trasformazione sociale della più pietrificata tra le banche italiane.
Tra Brescia e Bergamo
Come detto, la rivoluzione milanese non è un prodotto da esportazione. Soprattutto in questi tempi in cui la crisi tende a sbiadire le tinte troppo accese. A Modena la Bper ha messo da parte progetti di trasformazione fin dai tempi della prospettata fusione proprio con la Milano, guidata all’epoca da Fabrizio Viola. A Verona, Carlo Fratta Pasini non considera neppure per il suo Banco un’evoluzione in questo senso. Mentre la più grande tra le popolari non quotate, la Vicenza di Gianni Zonin, è concentrata sul business e sull’assemblea elettiva di aprile e non ha — neppure allo studio — l’ipotesi di trasformazione della natura sociale. Resta aperta l’altra rivoluzione, quella dei rinnovi, in Ubi. A fronte di un’idea di trasformazione in Spa semplicemente non praticabile, Ubi dovrà invece dare un volto ai sostituti del ticket Faissola-Zanetti, i signori del credito locale degli ultimi decenni. Le candidature più probabili rispondono ai nomi del bergamasco Andrea Moltrasio per il consiglio di gestione e dei bresciani Franco Polotti e Flavio Pizzini per il consiglio di Sorveglianza, con Victor Massiah confermato nel ruolo di consigliere delegato. Ma il dibattito è acceso. Giorgio Jannone affida parte delle sue speranze di rinnovamento alla cartellonistica 6×3, come si vede entrando a Bergamo, con Giorgio Girelli, ex responsabile di Banca Generali come possibile consigliere delegato. La battaglia infuria. Sarà un aprile caldo.

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