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In banca a caccia dell’evasore

di Pamela Pennesi e Giuseppe Ripa  

Pesca a strascico con indagini finanziarie nei confronti di imprese e professionisti; pesci piccoli e grandi possono restare impigliati nella rete del Fisco. Fa sempre più paura, infatti, l'estensione di tali indagini anche nei confronti di soggetti che, diversamente dall'impresa, non hanno conti separati, ma tendono a far confluire nell'unico conto corrente le movimentazioni bancarie. Anche la circolare 21/E delle Entrate (prevenzione e contrasto dell'evasione per l'anno 2011) enfatizza il ricorso alle indagini finanziarie per la caccia agli evasori.

L'incubo accertativo per i contribuenti si materializza nella possibilità che l'Agenzia delle Entrate (e ora anche Dogane e Monopoli) possa, come una piovra, infiltrarsi dentro ogni rapporto di natura finanziaria con istituti di credito, uffici postali o anche intermediari finanziari riconducibile al contribuente controllato ma anche in capo a soggetti terzi. Questi ultimi, infatti, a diverso titolo, possono essere in possesso di documenti, notizie sul medesimo, non più reperibili presso il contribuente ma comunque utili al fine di valutare la posizione di quest'ultimo in merito ai comportamenti legati all'esistenza di una generica pericolosità fiscale.

Le indagini finanziarie, si ricorda, consentono ai verificatori di acquisire dati, nonché informazioni necessarie, al fine di procedere alla stesura dell'avviso di rettifica. Sotto il profilo normativo l'indagine finanziaria è disciplinata in base all'art. 32, comma 1 dpr 600/73 per le imposte sui redditi e dall'art. 51 dpr 633/72 per l'Iva, e ampliata al fine di potenziarla, con legge 311/04.

I soggetti legittimati ad avviare le indagini in commento sono Agenzia delle Entrate, Guardia di Finanza e la Commissione tributaria i quali possono richiedere esclusivamente in via telematica dati, notizie e documenti.

Tali informazioni, si evidenzia, possono avere ad oggetto, come sostiene la circolare della Guardia di Finanza n. 1 del 2008, «tutte le informazioni relative a flussi finanziari, disponibilità di qualsiasi genere, titoli e valori riconducibili ai contribuenti monitorati». In altri termini nulla può sfuggire: non solo le indagini possono toccare i conti correnti ma anche tutte le operazioni effettuate per cassa ovvero le cosiddette operazioni fuori conto; ivi compresi i servizi prestati con i loro clienti nonché le garanzie prestate da terzi.

Gli uffici per innestare l'indagine finanziaria devono solamente munirsi di una previa autorizzazione del direttore centrale dell'accertamento nel caso in cui la richiesta provenga dall'Agenzia o dal Comandante regionale se invece provenga dalla Guardia di Finanza. Il «previa» dovrebbe avere valenza garantista e procedimentale come dispone il punto 7) del comma 1 dell'art. 32 del dpr 600 del 1973, ma nella realtà dei fatti troppo spesso è venuto ad assumere una funzione meramente formale, priva di ogni significato difensivo se non in sede di impugnazione dell'avviso di accertamento di rettifica.

Il sillogismo alla base di questo tipo di accertamento è il seguente: prelievi e versamenti non giustificati = ricavi presunti. Quindi il punto 2) al comma 1 dell'art. 32 suddetto istituisce una presunzione legale relativa, cioè a dire che ammette la prova contraria.

Così se il contribuente non dimostra che ha tenuto conto dei dati risultanti dalle movimentazioni bancarie «per la determinazione del reddito soggetto ad imposta o che non hanno rilevanza allo stesso fine; alle stesse condizioni sono altresì posti come ricavi o compensi a base delle stesse rettifiche ed accertamenti, se il contribuente non ne indica il soggetto beneficiario e sempreché non risultino da scritture contabili, i prelevamenti o gli importi riscossi nell'ambito dei predetti rapporti od operazioni».

Pertanto, si può sostenere che le presunzioni legali si applicano sia alle movimentazioni in entrata che a quelle in uscita ideando così una doppia presunzione, in base alla quale i prelevamenti ingiustificati si presumono acquisti e questi ultimi si presumono, poi, ricavi sollevando l'Amministrazione dall'onere di provare l'effettiva evasione.

In merito alla duplice tassazione è stata chiamata in causa anche la Corte Costituzionale che con la sentenza n. 225 interpretativa di rigetto depositata l'8 giugno 2005 ha stabilito che non è illegale che «i prelievi ingiustificati dai conti correnti bancari effettuati da un imprenditore siano stati destinati all'esercizio di attività di impresa e siano, quindi, in definitiva, detratti i relativi costi, considerati in termini di reddito imponibile». In altri termini la norma così interpretata si sottrae alla censura di violazione degli artt. 3 e 53 della Costituzione.

Come difendersi. Fotografare la tracciabilità delle operazioni finanziarie in entrata ed in uscita contestate è l'unico modo per difendersi dalle presunzioni avanzate dall'Ufficio. Al contribuente, a fronte del recupero a tassazione, basta formalmente limitarsi ad indicare il soggetto beneficiario o dimostrare che degli importi recuperati il contribuente ne ha tenuto conto nelle proprie scritture contabili. In altri termini collegare tale evento o tale uscita al fatto che la possa giustificare. Si tratta di una difesa solo apparentemente facile perché in pratica il soggetto verificato deve attrezzarsi ad effettuare una vera e propria due diligence con il fine ultimo di ricostruire la tracciabilità dei versamenti nei conti correnti e nei libretti e specularmente dei prelevamenti sugli stessi ovvero ricostruire la movimentazione finanziaria in sé. Ciò sia per le operazioni finanziarie ricondotte al contribuente che ai terzi, quali ad esempio familiari, oggetto di contestazione da parte dell'Ufficio. Che cosa fare dunque in pratica? In primis è necessario identificare i soggetti ordinanti e destinatari delle operazioni analizzate; quindi acquisire tutti i documenti bancari, contabili ed extracontabili (ad esempio atti notori) volti a motivare e ricostruire, quindi, il flusso finanziario in entrata o in uscita. Ove tale ricostruzione risulti difficile per il tempo trascorso o anche perché trattasi di operazioni in contanti, è necessaria una ricostruzione logico deduttiva sulla base delle informazioni ottenute dall'analisi dell'andamento del conto corrente e dal soggetto intestatario.

La retroattività. Un aspetto preoccupante e sicuramente da non sottovalutare, legato alle indagini finanziarie, è dato dalla retroattività delle norme via via introdotte. Ciò per il fatto che indubbiamente non è facile dimostrare ora per allora tutti i movimenti transitati nei conti interessati da verifica. Tuttavia uno spiraglio si ritrova nella sentenza n. 158 emessa il 4 giugno 2007 dalla Commissione Tributaria Provinciale di Bologna che ricorda che tale censura è superata in quanto nulla vieta che la prova necessaria e sufficiente possa essere fornita sulla base di presunzioni. Ecco che il contribuente accertato può provare, ad esempio, la pratica di un hobby costoso, una vincita, il matrimonio di un figlio e, in generale, qualsiasi altro evento o fatto che possono indurre a ritenere giustificate le movimentazioni di denaro.

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