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In banca 150 miliardi di BTp

di Fabio Pavesi

La crisi, quella dura, con lo spread del decennale italiano sul Bund tedesco a schizzare verso l'alto da poco meno di 200 punti base a sfiorare quota 400 in un mese, era di là da venire. A fine giugno le cose sembravano tutto sommato sotto controllo per quei portafogli delle banche italiane zeppi di titoli di Stato domestici.

Certo qualche preoccupazione aleggiava già dalla primavera, con quella risalita lenta del differenziale di rendimento rispetto alla solida Germania, ma non tale da togliere il sonno. Poi la tempesta. Più schizzava verso l'alto, tra luglio e agosto, l'extra rendimento chiesto al mercato italiano rispetto a quello tedesco, più le banche venivano letteralmente buttate a mare sui listini.

Zeppi di BTp per 150 miliardi

Cosa c'era in pancia ai big del credito a fine giugno del 2011? Solo per i primi 5 istituti del Paese i dati, diffusi con le semestrali di recente pubblicate, parlano di poco meno di 150 miliardi tra BTp e consimili.

Se si aggiunge il resto dell'universo bancario è plausibile avvicinarsi ai 200 miliardi. Dal conto poi non vanno escluse le assicurazioni. Un colosso come Generali aveva a fine giugno 2011 un'esposizione diretta sui bond della Repubblica italiana per 50 miliardi.

E così il settore finanziario italiano detiene di fatto almeno il 15% dell'intero debito pubblico italiano sotto forma di obbligazioni. Vista così si può comprendere meglio la natura di quell'attacco in borsa a banche e assicurazioni del Bel Paese. Se detieni una quota importante del debito, diventi per il mercato una sorta di proxy del rischio-Paese. E se vuoi giocare contro l'Italia allora un modo semplice e tutto sommato efficace è quello di vendere le banche italiane. Se si nota con il rientro dello spread sotto quota 300 punti base, la tensione ribassista sui finanziari si è andata placando.

Ma quell'esposizione che ha consentito ai mercati di fare l'equazione rischio–paese uguale rischio-banche non è episodica ma viene da lontano.

Lungo tutto il 2010 le banche e le assicurazioni italiane sono andate in forti acquisti sui BTp e gli altri titoli di Stato nostrani. Il motivo è assai semplice. Con i tassi bassi e soprattutto fermi veniva a mancare agli istituti di credito la spinta sui margini d'interesse. Come compensare i minori ricavi dal prestare denaro? Semplice ci si indebita(va) a tassi bassi sull'interbancario e si investiva in titoli che offrivano rendimenti al 4-5%. Un modo per tenere alti i ricavi da trading. Ma di converso tale strategia ha avuto un contraccolpo. Con la crisi sui debiti sovrani e l'allargamento degli spread i valori dei BTp in portafoglio tendono a scendere. Certo se i titoli sono tenuti a scadenza nessuna problema.

Portafoglio breve per UniCredit

Se sono nei portafogli di trading allora si rischiano perdite in conto capitale. Una tattica per limitare i danni come mostra UniCredit è tenere titoli a breve durata. Nel portafoglio di Piazza Cordusio metà dei titoli di Stato italiani ha durata massima a un anno.

Ubi taglia 1,5 miliardi

Oppure l'altra via è il disimpegno. In Italia tra i big solo Ubi banca ha limato l'esposizione: dai 9,6 miliardi di fine 2010 la banca bergamasca ha limato la dote di BTp a soli 8,1 miliardi. Un taglio secco di un miliardo e mezzo. Con Ubi anche FonSai ha dichiarato di aver intenzione di alleggerire dall'88% al 70% la propria posizone sui bond italiani. Mentre c'è chi va in controtendenza: Bper ha annunciato di aver acquistato ad agosto titoli italiani per 500 milioni. Si vedrà chi ha scommesso ancora sull'Italia e chi no.

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