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In arrivo il no della Ue al reverse charge

Con le nuove previsioni macroeconomiche diffuse ieri dalla Commissione europea sta anche per arrivare la più che probabile bocciatura alla norma contenuta nella legge di stabilità, che estende il meccanismo del reverse charge alla grande distribuzione. Una notizia non inattesa che però sarebbe parzialmente compensata dal via libera all’altra misura, anch’essa contenuta nel pacchetto antievasione (che nel totale vale 3,3 miliardi) relativa allo split payment. Il problema è che, con la bocciatura del reverse charge esteso alla grande distribuzione scatterebbe in automatico dal prossimo 1° luglio l’aumento delle accise per circa 700 milioni. Eventualità che fonti di governo si dicono pronte a scongiurare, e tra le ipotesi più accreditate ritorna in campo l’utilizzo parziale del cosiddetto “tesoretto”. In sostanza, si farebbe fronte attraverso il margine di maggior deficit quale emerge (come attesta il Def) dalla differenza tra il deficit tendenziale e quello programmatico (dal 2,5 al 2,6%). Si tratta di 1,6 miliardi che potrebbero servire proprio ad evitare l’aumento delle accise dal 1° luglio, mantenendo al tempo stesso un ulteriore margine per cominciare a individuare la copertura per sanare gli effetti della sentenza della Consulta. 
È probabile che si decida al tempo stesso di far lievitare ulteriormente il deficit del 2015 nei dintorni del 2,8 per cento. In sostanza, depurata dalla copertura necessaria ad evitare l’aumento delle accise, si tratterebbe di una “dote” di circa 4 miliardi. Copertura iniziale, perché l’impatto a regime della sentenza con cui la Corte costituzionale ha bocciato il blocco della perequazione automatica per le pensioni di importo superiore a tre volte il minimo Inps (circa 1.405 euro lordi al mese) è ben più corposo. Calcoli precisi ancora non ve ne sono, ma si ragiona su una cifra che si attesta attorno ai 9 miliardi, scontando l’effetto in termini di maggior gettito Irpef connesso alla restituzione delle somme ai circa 6 milioni di pensionati coinvolti dal blocco. Il resto della copertura potrebbe essere individuato attraverso una diversa modulazione del blocco, che sarebbe limitato ai redditi più alti, e da ulteriori interventi sulla spesa corrente. Per il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan il governo è al lavoro e «quanto prima» definirà un quadro quantitativo. «La Commissione Ue, con cui siamo in contatto continuo in questa e altre occasioni, si chiede come ci chiediamo noi quale sia l’impatto sui conti pubblici e sul rispetto delle regole, ma le regole saranno rispettate». Nessuna manovra correttiva all’orizzonte, assicura.
Se questo è lo scenario, di certo reso più complesso dalla sentenza della Consulta, non mancano alcuni elementi di forza, che pongono i conti pubblici su un sentiero di sostanziale stabilità. In primis, per far fronte al gap che storicamente si è verificato negli ultimi anni con Bruxelles tra le previsioni macro “a politiche invariate” e quelle a “legislazione vigente”, sono stati appostati con la legge di stabilità stanziamenti già incorporati nei tendenziali di finanza pubblica per spese che comunque vanno previste nel corso dei singoli esercizi. È il caso degli stanziamenti per le missioni internazionali, il 5 per mille e la social card, e di tutte quelle spese qualificate come indifferibili al cui finanziamento si provvedeva prima della legge di stabilità del 2015 anno per anno. L’altro elemento di relativa tranquillità nello scenario dei conti pubblici è costituito dalle stime aggiornate sul versante della spesa per interessi. Alla luce dei più recenti andamenti dello spread e dei tassi, incorporando anche l’effetto del quantitative easing sui tassi, si calcola un minor esborso di circa 4 miliardi sia nel 2015 che nel 2016. È questo il vero “tesoretto” potenziale (Grecia permettendo come mostra la giornata di ieri) per contenere il deficit del 2015 e 2016 entro i target programmati, nonostante la tegola-pensioni. Infine, a parziale garanzia anch’essa della tenuta dei conti pubblici, si può annoverare una linea che fonti governative definiscono “prudenziale” per quel che riguarda le stime di crescita. Per il 2015, l’aspettativa è che si possa raggiungere lo 0,7%, più o meno la stessa previsione di Bruxelles (0,6%), mentre per il 2016 le stime convergono (1,4%).

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