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Imu-Tasi, batosta sulle imprese

Stangata di fine anno in arrivo per i macchinari e i fabbricati delle imprese destinati ad attività commerciali e industriali. Entro il 16 dicembre i titolari di questi immobili, che dovranno passare alla cassa per pagare Imu e Tasi, troveranno un conto salato. Per i fabbricati strumentali posseduti dalle imprese, infatti, i comuni hanno utilizzato la mano pesante deliberando in molti casi l’aliquota massima, considerato che una quota consistente del gettito che deriva da questi fabbricati va allo stato. Ai comuni è destinato solo il gettito che va oltre l’aliquota di base del 7,6 per mille, che è possibile aumentare di 3 punti percentuali. È facile ipotizzare che sia questa situazione ad aver stimolato la tendenza al rialzo delle aliquote per recuperare gettito. Si spera che dal prossimo anno, come preannunciato, l’Imu su capannoni e stabilimenti industriali torni a essere a tutti gli effetti un’imposta comunale, che dovrebbe confluire nella cosiddetta local tax, ancora però tutto da disegnare.

L’imposizione degli immobili produttivi. Anche per l’anno in corso è destinata allo stato la quota del gettito derivante dagli immobili a uso produttivo classificati nel gruppo catastale «D», calcolato con l’aliquota standard del 7,6 per mille in base a quanto disposto dall’articolo 1, comma 380, della legge 228/2012. Per questi immobili ai comuni viene lasciata la facoltà di aumentare l’aliquota base di 3 punti percentuali e di incassare le maggiori somme. Si tratta dei fabbricati destinati a attività industriali o commerciali. Nello specifico, capannoni industriali, opifici (ossia, tra gli altri, macchinari, impianti eolici, fotovoltaici, centrali elettriche), alberghi, pensioni e residence, istituti di credito, cambio e assicurazione, teatri, cinematografi e via dicendo. Nell’ambito del gettito riservato allo stato, con aliquota di base del 7,6 per mille, non rientrano gli immobili rurali strumentali anche se inquadrati nella stessa categoria. Peraltro, com’è noto, per questi immobili è previsto l’esonero dal prelievo. Dunque, essendo stato riservato agli enti locali un margine di manovra risicato nell’imposizione dei fabbricati a uso industriale e commerciale, la tendenza manifestata dalla maggior parte delle amministrazioni locali è stata quella di deliberare le aliquote massime per Imu e Tasi, i cui effetti si vedranno nel momento in cui i titolari di questi immobili dovranno far fronte al pagamento del saldo per entrambi i tributi, la cui scadenza è fissata per il prossimo 16 dicembre. In questo senso ha operato, per esempio, il comune di Roma che anche per i fabbricati a uso produttivo ha scelto l’aliquota massima Imu (10,6 per mille) e, come se non bastasse, ha fissato per gli stessi immobili l’aliquota Tasi allo 0,8 per mille, raggiungendo così il livello massimo di tassazione. Non miglior sorte è toccata ai contribuenti del comune di Milano. L’aliquota massima Imu per i capannoni industriali è stata deliberata anche dal comune di Napoli, che però in compenso non fa pagare la Tasi. Stessa scelta anche dal comune di Torino. In deroga alla regola ordinaria contenuta nella legge di Stabilità 2014 (147/2013) secondo la quale la somma delle aliquote Imu e Tasi non può superare il tetto del 10,6 per mille, per quest’anno è stato concesso ai comuni di andare oltre la soglia con uno scostamento massimo dello 0,8 per mille, ma solo nel caso in cui abbiano riconosciuto detrazioni o altre forme di agevolazione per le abitazioni principali.

La disciplina dei fabbricati delle imprese. Per i fabbricati posseduti delle imprese classificabili nella categoria D l’Imu e la Tasi si pagano sul valore contabile se non sono accatastati. Fino al momento in cui viene attribuita la rendita catastale la base imponibile è costituita dai costi di acquisizione e incrementativi contabilizzati, ai quali vanno applicati dei coefficienti stabiliti annualmente con decreto del ministro delle finanze. Le regole su questi immobili, a destinazione speciale, sono contenute nell’articolo 5, comma 3, del decreto legislativo 504/1992. In base a questa norma, fino all’anno in cui sono iscritti in catasto con attribuzione di rendita, il valore è determinato, alla data di inizio di ciascun anno solare ovvero, se successiva, alla data di acquisizione, secondo il criterio contabile. Quindi, dalla data di accatastamento il valore del fabbricato deve essere determinato non più con riguardo ai costi contabilizzati bensì in base al valore risultante dalla rendita. Il valore dichiarato dal contribuente, sulla base delle scritture contabili, non dovrebbe essere un valore presunto da cui possa scaturire la compensazione con il tributo che risulti dovuto, maggiore o minore, a seguito dell’attribuzione della rendita catastale. Tra l’altro il ministero delle finanze (risoluzione 35/1999) ha sostenuto che il passaggio dal valore contabile a quello catastale non comporta il recupero dell’imposta da parte del comune per gli anni pregressi, né dà diritto al contribuente di richiedere i rimborsi d’imposta.

L’orientamento giurisprudenziale. Tuttavia non è stata univoca la posizione dei giudici, sia di legittimità che di merito, sugli effetti che produce la rendita catastale. E cioè se una volta attribuita ai fabbricati di categoria D ha carattere costitutivo o dichiarativo, e quindi retroattivo. Con le ultime pronunce la Cassazione ha però affermato il principio che il provvedimento di attribuzione della rendita catastale ha natura dichiarativa e non costitutiva, con efficacia retroattiva e applicazione anche ai periodi precedenti, fino all’epoca della presentazione dell’istanza di accatastamento. È stato riconosciuto il diritto a richiedere il rimborso dell’imposta versata sulla base delle scritture contabili a partire dall’istanza di accatastamento.

Infine, sono intervenute sulla questione anche le sezioni unite della Cassazione (sentenza 3160/2011), secondo cui dalla data della richiesta di accatastamento da parte del proprietario la base imponibile dell’immobile deve essere determinata attraverso la capitalizzazione della rendita che sarà successivamente attribuita e se questa comporta un esborso del tributo inferiore a quello calcolato sul valore contabile, sorge per il proprietario-contribuente il diritto a ottenere il rimborso di quanto versato in eccesso entro il termine di decadenza quinquennale fissato dalla legge.

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