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Imu sul banco degli imputati per imprese e prima casa

Primo capo d’accusa: non è giusto pagare l’Imu sull’abitazione principale. Secondo: le rendite catastali sono vecchie e superate. Terzo: il prelievo sui capannoni aumenterà del 60% rispetto all’Ici e quello sui negozi raddoppierà. E via di seguito con le “imputazioni” all’imposta municipale introdotta dal Governo con la manovra salva-Italia.
Certo, pagare le tasse non piace a nessuno, ma quanto c’è di vero in queste accuse all’Imu? Per scoprirlo, Il Sole 24 Ore del Lunedì ha coinvolto alcuni dei maggiori esperti di fisco e federalismo municipale. Il risultato è un’assoluzione sui principi di fondo e una condanna sulla loro applicazione concreta, anche se ora ci sono i margini per ribaltarla nel giudizio d’appello. Detto diversamente, è il momento di riordinare per davvero un tributo riscritto in pochi giorni sull’onda dell’emergenza finanziaria dell’anno scorso, dopo il lavoro preparatorio in vista dell’attuazione del federalismo.
Detrazioni da modulare
La scelta di tassare la prima casa incassa l’ok degli esperti. Anzi, c’è addirittura chi la ritiene un aspetto positivo, nel momento in cui si sceglie di basare la fiscalità locale sugli immobili. Se mai, le critiche riguardano il modo in cui è stata tassata l’abitazione principale. E qui entra in campo anche il tema delle rendite catastali. Chiunque abbia un minimo di esperienza del settore, sa che a pochi metri di distanza si possono trovare case di dimensioni e caratteristiche diverse con un valore catastale praticamente identico.
La delega fiscale ora all’esame del Parlamento prevede la riforma del catasto, ma i tempi – inevitabilmente – saranno lunghi: da tre a cinque anni secondo le prime stime. E nel frattempo? Un rimedio indiretto, ma sicuramente praticabile, è agire sulla detrazione di 200 euro, che oggi è uguale per tutte le case e tutti i contribuenti. Legarla al reddito individuale – o, ancor meglio, al valore Isee – consentirebbe di tutelare i soggetti deboli, le famiglie numerose o quelle in cui ci sono disabili.
Una strada più tortuosa sarebbe quella di anticipare una revisione dei valori catastali, in attesa della riforma, ricorrendo ai dati del Territorio. Oppure permettere ai singoli proprietari di dimostrare – carte alla mano e con l’avallo dell’Agenzia – che stanno pagando su un valore catastale superiore a quello di mercato.
Altre soluzioni sembrano impraticabili, non solo per motivi di gettito. La proposta di tassare di più le case di pregio, in particolare, funziona solo sulla carta: intanto, perché più di 23 milioni di abitazioni su 32 sono censite nelle categorie catastali intermedie (A/2 e A/3); e poi perché la stessa attribuzione delle categorie non riflette sempre la realtà (le unità censite come «signorili», A/1, sono solo 36mila, lo 0,1% del totale).
Uffici, negozi e capannoni
L’altro nodo da sciogliere riguarda gli immobili d’impresa. Già l’aliquota ordinaria dello 0,76% rappresentava un aumento secco rispetto all’Ici, ma ora i Comuni si stanno orientando su un prelievo medio allo 0,95% (si veda Il Sole 24 Ore del 10 settembre). In certi casi l’imposta può raddoppiare, e questo pone un problema serissimo in tempi di crisi e scarsa liquidità per le aziende.
Tagliare l’Imu su imprese, negozi e studi professionali è un’operazione da alcuni miliardi di euro, e questo rende l’idea della difficoltà del problema: non si tratta di una questione interpretativa, ma di una decisione di politica fiscale che coinvolge lo stesso assetto del tributo. Tant’è vero che una delle ipotesi allo studio è proprio quella di trasformare l’Imu su negozi e capannoni in una patrimoniale statale. Ma, di nuovo, il nodo è come finanziare gli sconti: con la spending review, con una patrimoniale sulle grandi ricchezze o con un aumento dell’addizionale comunale Irpef?
Dal non profit agli affitti
Molte delle accuse all’Imu non dipendono dagli euro da pagare, ma da regole mal scritte. Basti pensare ai casi degli alloggi contigui intestati a soggetti diversi o delle pertinenze accatastate insieme alle abitazioni. O all’assenza di una definizione precisa di «attività non commerciale» per gli immobili dei soggetti non profit, con le annesse polemiche verso fondazioni bancarie, enti religiosi, partiti e sindacati. Un po’ di chiarezza in più avrebbe risolto all’origine tante incertezze che hanno contribuito a rendere ancora più “antipatica” l’imposta.
Altri aspetti sono più sostanziali, come l’assenza di uno sconto su base nazionale per le case affittate a canone concordato. Senza correzioni, il rischio è che il conto finiscano per pagarlo gli inquilini.

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