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Imu, dai cittadini il 40% degli aumenti locali

Se si dovesse giudicare dalla sola reazione dei diretti interessati la partita sull’Imu 2013 andrebbe considerata tutt’altro che chiusa. Con i sindaci sul piede di guerra, le banche pronte a ricorrere all’Ue e i tecnici ministeriali alle prese con la riscrittura del decreto con cui mercoledì il governo Letta ha abolito (ma non per tutti) l’imposta municipale sull’abitazione principale e che oggi sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Doppia la materia del contendere: la decisione di chiamare alla cassa, seppure in misura minima, i quasi 5 milioni di cittadini residenti in uno dei circa 600 comuni che hanno elevato l’aliquota oltre il 4 per mille; la scelta di coprire il costo del provvedimento (2,16 miliardi) con una doppia stretta su istituti di credito e compagnie assicurative. Due temi su cui l’esecutivo avrebbe trovato la quadra solo a tarda sera. Da un lato, portando dal 50 al 60% la quota a carico dell’erario sulla differenza tra l’imposta versata ad aliquota standard e quella ad aliquota deliberata o confermata nel 2013. Dall’altro, confermando l’addizionale Ires dell’8,5% e i maxi-acconti Ires e Irap del 130 per cento.
Da queste ultime misure continuerebbero dunque ad arrivare gran parte dei 2,16 miliardi di valore dell’intero decreto. Con una novità di rilievo. L’acconto Ires e Irap su banche e assicurazioni arriverà al 130% per effetto di una manovra a tenaglia: nel decreto legge l’asticella degli anticipi di imposta salirà fino al 128,5%; l’altro 1,5% arriverà invece dal decreto ministeriale in corso di emanazione che fa scattare la clausola di salvaguardia prevista dal Dl 102 che ha abolito la prima rata Imu. Lo stesso decreto ministeriale, per intenderci, che porterà dal 101 al 102,5% gli acconti Ires e Irap sulle imprese. Tornando alla seconda rata, la stretta su banche e assicurazioni verrebbe completata dal versamento del nuovo acconto al 100% sul risparmio amministrato. Una serie di scelte contestate dal mondo bancario che attende di conoscere la versione definitiva del testo per poi decidere se ricorrere alla Corte di giustizia Ue.
Ancora più complicato da sciogliere si è rivelato l’altro groviglio generato dall’abolizione dell’Imu 2013 sulle prime case non di lusso. Quello che porterà lo Stato a rimborsare ai comuni solo una parte della differenza di gettito tra il saldo ad aliquota standard (4 per mille) e quello calcolato ad aliquota deliberata o confermata nel 2013. A differenza di quanto indicato nel comunicato stampa post-Cdm, che parlava di metà imposta, la quota a carico dell’erario dovrebbe salire al 60 per cento della differenza. Di conseguenza, rispetto all’ipotesi iniziale, scenderà dal 50 al 40% la parte restante che andrà corrisposta, entro il 16 gennaio 2014, dagli stessi cittadini. In questo modo dei 500 milioni attesi dai sindaci, 350 ce li metterebbe l’erario e 150 i contribuenti.
Al di là della ricetta finale, annusata l’aria che tira, i sindaci hanno già cominciato a protestare. Sin dal primo mattino il presidente Anci e primo cittadino di Torino, Piero Fassino, ha tuonato: «Il governo faccia rapidamente chiarezza sulla seconda rata dell’Imu 2013 e onori gli impegni assunti con i contribuenti e i Comuni italiani». E i suoi colleghi sparsi per l’Italia, specie quelli che hanno rivisto al rialzo il prelievo sulla prima casa, hanno usato toni ancora più ultimativi. Giuliano Pisapia (Milano) ha parlato di «follia», Virginio Merola (Bologna) l’ha definita una «beffa», Luigi de Magistris (Napoli) ha detto stop «ai sindaci bancomat o esattori del governo».
E c’è chi come il leghista Antonio Fontana (Varese) ha invocato la rottura di ogni rapporto istituzionale con il livello centrale. Tanto più che per il segretario generale dell’Anci, Veronica Nicotra, «non riconoscere quanto deliberato dai comuni nel corrente anno potrebbe prospettare profili di incostituzionalità fra i contribuenti, nonché una grave disparità di trattamento fra i comuni» e «produrrebbe l’impossibilità per molti comuni di non sanare la perdita, di non poter chiudere i propri bilanci in equilibro e di non poter rispettare i vincoli del patto di stabilità».
Più sereno appare invece il cielo sui beni agricoli dopo l’esenzione su fabbricati rurali strumentali e terreni coltivati da imprenditori professionali. Una scelta che, stando ai numeri diffusi dal ministro Nunzia De Girolamo, porta a 537 milioni di euro il risparmio fiscale per il comparto sull’intero 2013. Così suddivisi: 64 milioni sui fabbricati rurali, 315 sui terreni di proprietà degli imprenditori agricoli professionali e 158 su quelli di proprietà dei non agricoltori. Grazie anche ai 108 milioni reperiti dal ministero con tagli e riduzioni di spesa all’interno del proprio comparto.

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