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Imu alla cassa con l’ombra del gettito

Questa sera l’operazione-acconto sarà conclusa, e nelle casse pubbliche entreranno i primi 10 miliardi di euro del l’Imu. Ma per capire quanto “vale” davvero la nuova imposta per Stato e Comuni (e quanto costa ai proprietari) bisognerà aspettare ancora un po’ di tempo. Tra gli sconti dettati dal Parlamento e quelli decisi dai sindaci – che possono influenzare già la prima tranche se riguardano l’abitazione principale – il gettito effettivo dell’Imu resta appeso a diverse incognite.
Incognite non prive di conseguenze per i contribuenti, perché lo Stato potrà correggere fino al 10 dicembre le aliquote del l’Imu, così da garantirsi comunque le entrate totali previste con il salva-Italia: 21,8 miliardi, poi ridotti a 21,4 con l’introduzione della detrazione extra per i figli. I Comuni, dal canto loro, potranno intervenire fino al 30 settembre per coprire con un aumento del prelievo eventuali incassi inferiori alle stime, oltre che i tagli ai trasferimenti. I proprietari, invece, possono solo sperare che tra le previsioni si annidi qualche errore per eccesso. Da tradurre in uno sconto.
Andiamo con ordine. Ai tempi dell’Ici, le abitazioni principali – esenti – erano 19,7 milioni su un totale di 32 milioni. Con l’Imu, il cerchio si restringerà di sicuro, ma è difficile dire di quanto. Il nuovo tributo richiede sia la residenza sia la dimora per far scattare la tassazione agevolata. Inoltre, tutti gli alloggi “prestati” ai parenti pagheranno l’acconto come seconde case, cioè con l’aliquota ordinaria dello 0,76%, e non potranno più essere trattati come abitazioni principali dai Comuni. Senza dimenticare che il Parlamento ha imposto il limite di una sola casa “agevolata” per nucleo familiare, anche se poi ha sdoppiato lo sconto per i coniugi che abitano in città diverse.
E poi c’è un’altra incognita: dato che l’imposta sull’abitazione principale si può pagare in due o tre rate – e dato che i modelli F24 sono corretti anche se non riportano questa indicazione – serviranno delle elaborazioni supplementari per capire, per esempio, se i 100 euro pagati venerdì scorso dal signor Bianchi corrispondono a metà o a un terzo dell’Imu annua. Sperando ovviamente che il signor Bianchi non abbia sbagliato il calcolo del tributo o il computo delle pertinenze, perché a quel punto per i tecnici comunali la stima diventerà impossibile. Ad attenuare un po’ questo problema ci sono le prime indicazioni in arrivo dai Caf, secondo cui la maggioranza dei pensionati e dei lavoratori dipendenti sta scegliendo la divisione in due rate, e non in tre. Ma le incertezze rimangono.
Fin qui, il discorso sembrerebbe riguardare solo i sindaci, perché il gettito dell’Imu sul l’abitazione principale è interamente destinato ai Comuni. Ma, a ben vedere, il confine tra prime e seconde case interessa parecchio anche allo Stato, visto che su queste ultime l’Erario ha una quota fissa calcolata con l’aliquota dello 0,38 per cento. Più sono gli immobili diversi dall’abitazione principale (e dai fabbricati rurali strumentali) più lo Stato incassa.
Sulla quota erariale incidono poi direttamente gli sconti dettati dal Parlamento con la conversione del decreto fiscale: per esempio, l’alleggerimento sugli immobili posseduti dai Comuni nel proprio territorio, la riduzione del 50% dell’imposta per i fabbricati inagibili e di interesse storico-artistico, oltre al l’allargamento del perimetro delle agevolazioni per l’agricoltura. Ed è proprio sulla stima degli effetti di questi ritocchi che si concentrano le maggiori incertezze, evidenziate anche dal servizio bilancio del Senato.
I tecnici di Palazzo Madama prima rilevano che la maggior parte delle nuove norme sono considerate dalla relazione tecnica «non suscettibili di determinare effetti finanziari», cioè a costo zero, poi aggiungono che la relazione «non è verificata ai sensi della legge di contabilità». In particolare, rispetto agli sconti previsti per gli imprenditori agricoli, sottolineano che «l’asserita assenza di effetti finanziari andrebbe supportata con dati adeguati, in assenza dei quali le norme richiamate potrebbero essere considerate foriere di un minor gettito non quantificato né coperto».
A tutti questi aspetti se ne aggiunge poi un altro oggettivamente non determinabile: l’accatastamento dei fabbricati rurali ancora censiti tra i terreni. Stalle, case e cascine che non hanno mai avuto una rendita autonoma e che andranno iscritte al catasto urbano entro il 30 novembre. Di fatto, una grossa fetta di base imponibile che resta ancora completamente sconosciuta. In gioco, ci sono almeno 2-3 milioni di edifici, anche se molti potrebbero ormai essere ridotti a ruderi.

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