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Imprese, vince chi sa investire in ricerca e sviluppo

I settori vincenti oggi sono quelli che riescono ad avere la capacità, anche finanziaria, di investire in ricerca e sviluppo e di proporre sul mercato soluzioni innovative. Diversamente, si rischia di rimanere schiacciati dai costi, da margini di guadagno risicati e dalla concorrenza di altri paesi. Questa la chiave di lettura di un’analisi per settori realizzata da Euler Hermes, società di Allianz, tra i big mondiali dell’assicurazione crediti. Grazie alla sua banca dati, Euler Hermes ha realizzato una classifica sulla rischiosità dei settori economici italiani (si veda la tabella in pagina) da cui emerge che l’allarme sta suonando per il settore dei trasporti e, di poco indietro, per costruzioni, metalli ed energia. Possono tirare un sospiro di sollievo, invece, le imprese che operano in farmaceutica, macchinari e attrezzature. «I nostri modelli di rischio danno un peso significativo alla valutazione dei settori merceologici in cui operano le aziende da noi monitorate. In Italia la valutazione costante è realizzata su un panorama di circa 500 mila aziende, di ogni dimensione e forma legale», spiega a ItaliaOggi Sette Massimo Reale, direttore commerciale Euler Hermes Italia. «Queste analisi si basano su quattro dimensioni: la domanda, per cui la capacità delle aziende di trovare di trovare mercato; la profittabilità, e cioè la capacità delle aziende del settore di generare valore alla luce dell’andamento di prezzi delle materie prime specifiche del settore e di remunerare i fattori produttivi; la liquidità, dimensione legata prevalentemente alla capacità di generare cassa ma anche di far fronte a nuovi fabbisogni finanziari dal sistema, tramite il supporto del mondo bancario e finanziario in genere; e infine gli aspetti regolamentari del contesto di business: per esempio, il blocco delle auto diesel previsto nei prossimi anni è uno degli elementi da considerare nella valutazione del settore Automotive».

Domanda. Come si spiega, quindi la maglia nera ai trasporti?

Risposta. Il trasporto su gomma sta attraversando da anni una vera e propria crisi di identità. Il settore infatti si ritrova a fronteggiare una preoccupante rigidità dei costi e una sempre più critica parcellizzazione del servizio, con inevitabili minori margini di guadagno per le imprese. Un settore che rimane oggi ancora molto frammentato con un numero elevato di piccole e mini imprese che affrontano il mercato, il costo del carburante, l’eccessiva burocrazia e i lungi tempi di incasso con una struttura finanziaria non adeguata. A questi si aggiungono le difficoltà logistiche legate alle infrastrutture sempre più in difficoltà. Per quanto riguarda il trasporto aereo, il nostro paese convive da anni con il nodo irrisolto della compagnia di bandiera, mentre il trasporto su mare si troverà presto a dover affrontare un incremento dei costi finanziari legati all’acquisto e al mantenimento della flotta ma anche questioni ambientali non secondarie legate a normative più stringenti sull’alimentazione delle navi, oltre alla concorrenza sui margini delle società battenti bandiera di paesi off-shore.

D. Costruzioni, metalli ed energia, non se la cavano molto meglio. Mentre settori virtuosi sono farmaceutica, macchinari e attrezzature. Cosa induce l’uno a far meglio dell’altro?
R. Si tratta di settori molto diversi fra loro, ciascuno con i propri punti di forza e di debolezza. Per le costruzioni, per esempio, il 2018 è stato un anno nero, che ha visto il default di alcuni dei principali player di mercato; come hanno confermato recentemente le agenzie di rating internazionali, le cause di questi default non sono da ricercare nell’incapacità di portare a termine opere e lavori, dato che l’Italia può contare su una leadership mondiale in tema di competenze e know-how negli appalti internazionali, quanto piuttosto nella cattiva gestione del circolante, in particolare del credito, che vuol dire ritardi delle stazioni appaltanti a livello nazionale, e addirittura perdita del credito per i problemi finanziari di alcuni committenti esteri. Una caratteristica comune di tali settori è l’elevato indebitamento, dove la variabile costo del finanziamento, che ci attendiamo in crescita nei prossimi mesi, rischia di influire sul normale business. Attenzione dunque al costo delle materie prime e al livello del debito. I settori vincenti oggi sono quelli che riescono ad avere la capacità, anche finanziaria, di investire in ricerca e sviluppo e di proporre sul mercato soluzioni innovative, sia di prodotto che di processo, basate su nuove tecnologie come IoT e AI, per venire incontro alle richieste di una clientela sempre più sofisticata (si veda altro servizio nella pagina seguente, ndr). Tra questi un posto di primo rilievo è occupato dal chimico farmaceutico e dalla meccanica, con una domanda sempre più trainata dall’export: la nostra industria farmaceutica è ormai la prima in Europa e segna trimestre dopo trimestre crescite importanti sui mercati internazionali, mentre la meccanica italiana, nonostante un gap dimensionale rispetto ai nostri competitor tedeschi, rimane tra i settori dove vediamo nuove opportunità di sviluppo nonostante rallentamenti nel terzo trimestre 2018. Settori dunque in salute, ma a rischio marginalità anche per l’inasprirsi dei dazi a livello mondiale.

D. A marzo, secondo le stime diffuse da Euler Hermes, la crescita del pil era prevista dell’1,4% nel 2018 e 1,2% nel 2019, trainata dai consumi privati (+1%), dagli investimenti (+4,4%) e dall’export (+4,4% in termini reali). Tutto confermato o qualcosa è cambiato?

R. Il pil dell’Eurozona sta inaspettatamente frenando sotto il 2% con la Germania maglia nera nel terzo trimestre, in negativo nel trimestre appena concluso. L’Italia è comunque sempre nelle retrovie a livello europeo, e prevediamo per l’anno in corso una crescita dell’1% e dello 0,6% nel 2019. La perdita di slancio del nostro pil è dovuta alle accennate difficoltà del mercato tedesco, primario sbocco delle nostre merci, al rallentamento generalizzato della crescita internazionale dovuta ad alcune misure protezionistiche e all’incertezza sull’approvazione della legge di bilancio. I consumi interni non decollano e sono a rischio anche i prestiti alle società non finanziarie a causa del credit crunch se l’incognita dello spread non verrà disinnescata. Le difficoltà della domanda interna sono testimoniate dalla disoccupazione in lieve rialzo e dagli indici di fiducia dei consumatori e delle imprese in calo. Non aiuta la bassa produttività della spesa pubblica che sfiora il 50% del Pil.

D. Nota dolente delle insolvenze… su questo fronte non ci sono passi avanti. Cosa attende le imprese?

R. Per quest’anno il down trend dei fallimenti aperti dovrebbe proseguire anche se a ritmo ridotto (-4%) dopo i cali a due cifre degli anni precedenti. Osservando i dati di inizio anno, registriamo un calo più marcato dell’industria (-12%), che rappresenta ora il 18% delle insolvenze totali rispetto al 27% nel 2010; mentre il commercio (retail + wholesale) ha la percentuale più alta sul totale delle insolvenze (31%). L’attuale livello di spread elevato verrà probabilmente mantenuto per almeno altri 3-6 mesi e ciò dovrebbe alimentare sempre più i costi di finanziamento del settore privato e pesare sulla capacità delle banche di prestare e sulla capacità dei creditori di soddisfare il proprio debito. L’aumento dei rischi settoriali riguarda quindi quelli più indebitati (che soffriranno di una minore disponibilità di credito) e quelli ciclici poiché risentiranno di una minore attività, in particolare della domanda interna. In ogni caso l’aumento del rischio sistemico dovrebbe produrre, dopo anni di calo, un aumento dei fallimenti del 2% nel 2019 con circa poco meno di 12.000 casi.

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