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Imprese resistenti alla crisi con più capitale e aggregazioni

La crisi economica che si profila all’orizzonte dovrà essere affrontata con misure straordinarie anche in campo fiscale. Se si vuole veramente incidere, occorrono interventi diversi dalla logica seguita fino ad oggi, basata solo sulle priorità di evitare cali di gettito con un utilizzo smisurato di burocrazia dagli effetti disincentivanti. Il fisco può diventare un driver per offrire alternative alle imprese sia nel superamento dell’esigenza più urgente, che è quella di disporre di liquidità (ad esempio incrementando il ricorso a mezzi propri), sia per favorire la crescita dimensionale, creando un sistema di soggetti più solidi ed evitando che realtà di piccole-medie dimensioni scompaiano con il loro bagaglio di conoscenze. Analizziamo alcuni aspetti, prescindendo da considerazioni di copertura e di gettito.

La capitalizzazione

L’aiuto alla crescita economica (Ace) è teoricamente un meccanismo sensato, ma nel corso del tempo è diventato complicato e, soprattutto, insignificante. Se si vogliono spingere i soci a investire le loro finanze nell’impresa, il premio deve essere elevato, sotto un doppio profilo:

le somme versate a titolo di capitale e gli utili accantonati devono generare una quota di reddito esente per un importo significativo che tenga conto del rischio effettivo del socio investitore che immette o lascia liquidità nel patrimonio aziendale (in passato il coefficiente è stato al massimo il 4,75%; oggi si dovrebbe forse raddoppiarlo) ;

quando la società potrà distribuire dividendi, le ritenute (sulla parte di dividendo proporzionale all’apporto di nuova liquidità) dovrebbero essere ben inferiori all’attuale 26 per cento.

In questo modo si proverebbe a veicolare parte del risparmio delle famiglie verso le “loro” imprese, ma l’incentivo dovrebbe essere assicurato per un periodo di tempo significativo. Inoltre, non andrebbero incentivati solo i soci attuali, ma anche nuovi soci “finanziatori”: la leva fiscale può favorire aumenti di capitale concedendo benefici a nuovi investitori, come, ad esempio, è stato fatto con la normativa delle start up innovative.

L’indebitamento

Andiamo incontro ad anni in cui le imprese saranno maggiormente indebitate e sosterranno elevati interessi passivi: non ha senso un fisco che si accanisce ulteriormente su di essi, rendendoli indeducibili o deducibili solo con regole e calcoli astrusi. Paradossalmente, per il 2020 il crollo dei risultati operativi lordi a fronte dell’aumento degli interessi con i meccanismi attuali comporterebbe un incremento della quota indeducibile. Invece, la deduzione dovrebbe essere condizionata solo all’ovvio requisito dell’inerenza. Anche ai fini Irap la presenza di interessi passivi non dovrebbe penalizzare le imprese.

Per ridurre il ricorso all’indebitamento bancario, andrebbe anche rivisto il (troppo) complesso sistema normativo che riguarda l’emissione di prestiti obbligazionari o l’oneroso trattamento fiscale dei finanziamenti fruttiferi dei soci persone fisiche. Non bastano le norme del Dl 23/2020 che disinnescano la postergazione nella restituzione: servono misure di semplificazione fiscale, di garanzia di deduzione per le società e di tassazione mitigata dei proventi in capo ai soci qualunque sia lo strumento di debito emesso (prestito obbligazionario, titoli di debito per le Srl, finanziamenti fruttiferi dei soci, eccetera). Solo così si può stimolare il passaggio dei capitali dalla sfera personale a quella di impresa, se non come capitale almeno a titolo di prestito.

Le dimensioni delle imprese

Il fisco può aiutare a superare uno dei maggiori problemi, ovvero la polverizzazione delle imprese. L’attuale logica del bonus aggregazioni dovrebbe essere estesa e il beneficio rafforzato. Bisognerebbe ad esempio prendere atto che le aziende aumentano le loro dimensioni quasi esclusivamente mediante acquisizioni. I benefici fiscali potrebbero essere accordati a tutte le operazioni, incrementando l’attuale plafond massimo di 5 milioni, comprese le fusioni precedute da un’acquisizione; si dovrebbero escludere solo le società facenti parti dello stesso gruppo o con precedenti rapporti partecipativi significativi. Tutti gli altri casi dovrebbero entrare nel beneficio (anche nel caso in cui avvengano acquisizioni di quote prima o dopo l’operazione straordinaria). Il bonus potrebbe consistere (come oggi) nella deduzione di maggiori valori (magari accelerando i tempi di deduzione di marchi e avviamenti), ma potrebbe essere trasformabile in credito di imposta, da utilizzare subito: in questo modo l’agevolazione genererebbe, per le imprese che ne hanno bisogno, liquidità immediata. L’unico vincolo dovrebbe essere la salvaguardia dell’occupazione.

Un principio indispensabile

Le ipotesi che abbiamo descritto sono solo alcuni spunti tra tante questioni che si potrebbero approfondire. È comunque evidente che il sistema fiscale attuale non può essere di alcun aiuto nella situazione di crisi che si prospetta, ed anzi può essere una pericolosissima concausa del collasso delle imprese. Vogliamo sottolineare però che, qualora si utilizzi in modo significativo la variabile fiscale, occorre garantire che futuri mutamenti di scenario non cambino le carte in tavola, come troppo spesso è successo, vanificando le agevolazioni. Bisogna introdurre una norma che preveda che i cambiamenti di disposizioni speciali incentivanti possano avvenire solo a parità di condizioni agevolative (tempi e modi previsti dalla norma soppressa) per chi le ha correttamente utilizzate in linea con la ratio legis originaria.

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