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«Imprese, presto il decreto per pagare»

BRUXELLES — Pagate i debiti arretrati, hanno ingiunto all’Italia le sue imprese in crisi e la Commissione europea. L’Italia ha promesso di farlo, Bruxelles ha insistito ancora. Ma adesso, un nuovo polverone di equivoci offusca l’orizzonte. E fra Roma e Bruxelles, scoccano altre scintille. È mezzogiorno, quando fonti della stessa Commissione ammoniscono: il pagamento dei primi 40 miliardi di debiti pregressi (su un totale di 70-100), promesso da Roma per i prossimi due anni, «renderebbe per l’Italia più difficile la chiusura della procedura di infrazione per deficit eccessivo» aperta a suo tempo dalla Ue. Perché l’aumento conseguente del deficit pubblico, stimato dal nostro governo al 2,9% del Pil (il tetto stabilito dalla Ue è al 3%) metterebbe a rischio il patto di Stabilità e di crescita: la «flessibilità» concessa dalla Ue vale solo per Paesi che non siano già «sotto indagine». E l’Italia potrà goderne solo «se e quando uscirà dalla procedura»: si trova infatti, sempre secondo Bruxelles, in una «situazione limite» che rende più difficile presentare «argomentazioni credibili» per la chiusura dell’indagine.
Doccia gelata e stupore, vero o presunto, a Roma: solo l’altro giorno, si obietta, due vicepresidenti della Commissione — Olli Rehn e Antonio Tajani — avevano ventilato l’ipotesi apparentemente contraria, e cioè che l’aumento del deficit causato dai pagamenti arretrati non avrebbe influito sulla nostra procedura di infrazione ormai al termine (fino ad oggi si prevedeva che Bruxelles dovesse chiuderla fra poco più d’un mese, senza ulteriori conseguenze).
Interviene anche Mario Monti. Assicura che si sta facendo tutto il possibile per abbreviare i tempi: «Appena le Camere approveranno il parere (sulla nota di variazione al Def, ndr) il governo presenterà un decreto legge». Il premier aggiunge: c’è chi chiede al governo di «pagare tutto e subito. A noi piacerebbe, ma la posizione della Ue non è un via libera illimitato ad un aumento del debito e del deficit». Seguono altre ore di telefonate e scambi di mail, a tratti piuttosto concitate. Anche perché, sullo sfondo, le imprese italiane continuano a invocare ciò che considerano loro dovuto: e lo sblocco dei pagamenti non si manifesta ancora nei fatti.
«Niente è cambiato — spiegano altre fonti della Commissione — la disponibilità della Ue verso l’Italia è confermata: è stato solo lanciato un invito alla prudenza per circa il 20% dei pagamenti arretrati, cioè per quelli che riguardano le amministrazioni pubbliche e più incidono sulla situazione delle finanze dello Stato. Ma può trattarsi sì e no di un paio di miliardi, l’importante è che vengano ben distribuiti e non “pesino” tutti insieme sui conti pubblici, in questi due mesi che mancano alla fine della procedura». A metà pomeriggio, giunge un ulteriore chiarimento da Simon O’Connor, portavoce di Olli Rehn, commissario agli Affari economici e monetari: la Commissione, afferma «si attiene alla dichiarazione resa il 18 marzo dai vicepresidenti Rehn e Tajani. Perché l’Italia possa beneficiare della flessibilità citata in quella stessa dichiarazione, è necessario che adempia alle condizioni per l’abrogazione dell’attuale procedura di infrazione». Ma alla fine di questa giornata, restano forse alcuni dubbi interpretativi. Anche perché Monti sembra ribadire la sua linea: i vicepresidenti della Commissione hanno detto che il pagamento dei debiti pregressi «sarà preso in considerazione come fattore mitigante al momento della valutazione della sostenibilità delle finanze pubbliche italiane».

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