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Imprese Perché l’Unione non ha fatto la forza

A 15 anni dalla nascita dell’euro, l’Unione europea politica non c’è ancora, ma nemmeno una vera Europa unita industriale sembra essere mai nata, con i suoi campioni da contrapporre compatta al resto del mondo. Così pare, a leggere i dati sulla posizione dell’Europa — pure allargata alla Svizzera — nel mercato delle fusioni e acquisizioni. Posizione chiarissima: indietro, con diversi matrimoni incompiuti. 
La scorsa settimana Unilever, che con Nestlé è il maggiore produttore (anche) alimentare europeo, ha ufficializzato la vendita per 1,6 miliardi di euro dei suoi marchi Ragù e Bertolli (piatti pronti) alla giapponese Mizkan che produce aceto dalla soia. Un segnale poco incoraggiante, visto che soltanto tre dei nove grandi settori industriali — lusso e moda (Lvmh), alimentare (Nestlé), farmaceutica (Novartis) — hanno oggi come leader mondiali un’azienda del Vecchio Continente. E due di questi sono svizzeri, non Ue.
Gli altri sei sono guidati da americani (Boeing nell’avio, At&T nella telefonia, Apple nell’hi-tech) o asiatici (Industrial Bank of China nelle banche, Japan Post Holdings nelle assicurazioni, Sinopec China Petroleum nell’energia) .
Lo dicono le tabelle di queste pagine, preparate da Kpmg per CorrierEconomia . Sono state selezionate le due maggiori imprese sia in Europa, sia nel resto del mondo, per ognuno dei nove settori. In totale 18 big: ebbene, 13 sono americani. L’Europa industriale appare fragile, forse ha mancato occasioni.
Matrimoni mancati
Prendiamo il caso Airbus (allora Eads)-Bae Systems. Era la grande alleanza dell’aerospazio e della difesa, da contrapporre al potere a stelle e strisce di Boeing. Annunciata nel settembre 2012, valore stimato (al cambio attuale) 33 miliardi di euro, non s’è mai conclusa. Deutsche Bourse, la Borsa tedesca, doveva aggregarsi con il Nyse, New York Stock Exchange, che aveva già fagocitato l’Euronext franco-belga. Era il febbraio 2011, stima dell’affare 7 miliardi e mezzo. Nulla di fatto. E l’anno scorso è saltato il beau mariage europeo della pubblicità, quello tra la francese Publicis e il colosso statunitense Omnicom, valore stimato 12,15 miliardi di euro. Annuncio nel luglio 2013, non è andata. Da sole, queste quattro grandi incompiute valgono oltre 52 miliardi.
«Resistiamo ancora su settori maturi, ma nel mondo della difesa, o nel tecno-media dove c’è la convergenza telefono-tv guidata da At&T, si è tardato a capire i nuovi modelli di business — commenta Max Fiani, partner Kpmg —. Pesano una disomogeneità regolatoria con gli Usa sull’Antitrust o sulla privacy. E veti politici fra gli stessi Paesi europei, come dimostra il caso Airbus dove c’erano tutti i presupposti industriali perché l’operazione andasse in porto. Se vogliamo i campioni europei serve il supporto politico».
E l’Italia? Nel suo piccolo, ha aperto strade (vedi altri articoli): le unioni Unicredit-Hvb ed Enel-Endesa (sebbene, quest’ultima, a costo di un debito ancora da smaltire) sono ritenute internazionalizzazioni da leader europei.
E Generali si è allargata in Cina, Germania, Spagna; Finmeccanica ha fatto il salto con AgustaWestland negli elicotteri militari ed è entrata (a caro prezzo) nella difesa Usa rilevando Drs. Una sorpresa, l’Italia. Poi, però, si è fermata.
La classifica
I tre campioni dell’Europa sono nei settori tradizionali, meno tecnologicamente avanzati. Nel lusso e moda, per fatturato 2013, comanda il gruppo francese Louis Vuitton, imbottito dei marchi italiani Bulgari, Fendi, Pucci: 29,1 miliardi di euro, cinque volte l’americana Ralph Lauren (5,4), +71% di ricavi in cinque anni . Segue con 9,7 miliardi un altro big d’Oltralpe, la Kering ex Ppr (Pinault) cha assorbì Gucci e Pomellato (ma dal 2009 ha dimezzato i dipendenti). Secondo settore a guida Ue è l’alimentare, dove comandano Nestlé (75,2 miliardi, ma è svizzera) e la britannica Unilever (49,8). Terzo, ma per un soffio, la farmaceutica, dove la Svizzera impera con Novartis (42,1 miliardi) e Bayer (40,2), tallonate dalle statunitensi Pfizer (37,5) e Merck.
Per il resto, la più grande banca del mondo (dati 2012, gli ultimi disponibili) è la Industrial and Commercial Bank of China, che con 2.110 miliardi di attivo scavalca la britannica Hsbc. Nelle assicurazioni, la francese Axa e la tedesca Allianz mangiano la polvere di Japan Post: 144 miliardi di premi 2012 contro 117 e 99 miliardi.
Nelle telecomunicazioni, poi, l’americana At&T macina un terzo dei ricavi in più di Deutsche Telekom e anche di Telefonica (93,5 miliardi di fatturato contro 60,1 e 57,1). E nell’aerospazio e difesa è sempre Boeing l’imbattuta (ricavi a 62,9 miliardi), seppure in testa a testa con Airbus: che se oggi fosse unita a Bae la supererebbe, con 81 miliardi di giro d’affari congiunto. Nell’energia il più grande gruppo al mondo è la cinese Sinopec, che straccia Shell e Bp (e di conseguenza l’ Eni, vedi pagina 6).
La frattura hi-tech
Ma è nell’hi-tech la vera frattura, è qui il grande monopolio Usa. Apple stravince infatti il titolo mondiale con 117 miliardi di ricavi; a seguire c’è Hp con 82. Le due europee Sap e Alcatel seguono lontanissime con un ottavo dei ricavi, 17 e 14 miliardi. E mancano ancora all’elenco Ibm, Microsoft, Google.
Consola poco, insomma, sapere che Nestlé batte Coca Cola due a uno e che è la Svizzera il modello che funziona. Per sollevare i settori tecnologici, suggerisce Fiano, «si potrebbe costituire un consorzio fra Paesi Ue per una Silicon Valley europea, perché la prossima Google possa nascere qui. O con l’ingresso di cinesi e coreani l’Europa è tagliata fuori». Resta il problema di come coniugare la crescita dei campioni al diritto dei consumatori allo stesso grado di concorrenza, leggi Antitrust.
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