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Imprese, pagare gli stipendi non giustifica l’evasione

Rischia di essere in concreto un caso di probatio diabolica, pressoché impossibile cioè, quella richiesta all’imprenditore che chiede di potere evitare conseguenze penali per non avere pagato i tributi a causa della crisi economica. La Corte di cassazione con la sentenza n. 52038 della Terza sezione penale depositata ieri, ha stretto le maglie sino a rendere nei fatti, se non impossibile, la concessione dell’esimente. La Corte infatti ricorda che sono sostanzialmente tre i motivi di illiquidità che vengono fatti valere: a) l’avere ritenuto di privilegiare il pagamento delle retribuzioni ai dipendenti per evitare licenziamenti; b) l’avere dovuto pagare i debiti ai fornitori, a pena di fallimento della società;c) la mancata riscossione di crediti vantati e documentati, spesso nei confronti dello Stato.
Per la sentenza però, nessuna di queste situazioni, anche se provata può può fare riconoscere lo stato di necessità che conduce all’impunibilità. Non lo è, in primo luogo la scelta di pagare in via preferenziale i lavoratori. Infatti, ricorda la Cassazione, lo stato di necessità previsto dall’articolo 54 del Codice penale esclude la sanzione per chi ha commesso il fatto costretto dalla necessità da salvare sè stesso o altre persone dal pericolo attuale di un danno grave alla persona. Ed è da escludere che la perdita del diritto al lavoro, di cui pure è riconosciuta l’importanza, possa essere annoverata tra i casi di danno grave alla persona, riferiti invece solo «ai beni morali e materiali che costituiscono l’essenza stessa dell’essere umano».
La stessa argomentazione vale per il possibile fallimento che, ricorda la Cassazione, poteva essere chiesto anche dall’Erario e che, in ogni caso, non basta da solo a integrare l’ipotesi di forza maggiore. Non serve poi neppure invocare crediti vantati anche verso lo Stato: è la legge infatti a disciplinare nel dettaglio quando è possibile procedere alla compensazione del debito tributario. Al di fuori di questa lista ufficiale, invece, il mancato pagamento dei crediti pubblici entra a fare parte del normale rischio d’impresa e e non può certo evitare la l’obbligazione di natura pubblicistica che l’imprenditore ha verso il Fisco.
In conclusione, però, la Cassazione si preoccupa di lasciare almeno un poco socchiusa una porta. E sottolinea come in astratto si potrà invocare l’impossibilità di adempiere l’obbligo fiscale. Tuttavia, è necessario provare, quanto alla asserita crisi di liquidità, non solo l’aspetto della non imputabilità della difficoltà economica a chi ha omesso il versamento tributario, ma anche che la crisi non era fronteggiabile in altro modo, per esempio attraverso il ricorso da parte dell’imprenditore a misure la cui idoneità sarebbe da valutare in concreto. Come per esempio l’utilizzo del credito bancario.

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