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Imprese ostaggio del Fisco

Sono circa 40: è il numero dei tributi che oggi gravano sulle imprese industriali italiane. Impegni che comportano un notevole dispendio di energie: se si guarda la frequenza, e cioè il numero annuo degli adempimenti fiscali, oscilla da 92 a 251. In pratica, un numero superiore alle giornate lavorative di un anno, che sono 220: 1,14 adempimenti fiscali giornalieri. Se si considerano i costi, il conto è esorbitante: il tributo occulto, cioè l’onere complessivo stimato sul tessuto delle Pmi italiane, è di 29,1 miliardi di euro all’anno, dei quali 25,4 a carico delle micro imprese e 3,2 miliardi sulle piccole imprese. Tutte risorse che vengono distolte da un uso più efficace per la crescita: se fosse liberato il tributo occulto che grava sulle sole imprese manifatturiere, cioè 3,8 miliardi, si potrebbe incrementare l’investimento nella ricerca, o comunque sulla competitività, di oltre un terzo (le risorse che le stesse aziende destinano a progetti di ricerca e sviluppo è pari a 10,5 miliardi di euro). 
Sono i risultati della ricerca “I lacci e i lacciuoli gravanti sulle imprese: il fisco”, realizzata dalla Fondazione Bruno Visentini, con la collaborazione della Piccola Industria di Confindustria, presentata ieri alla Luiss. «Abbiamo voluto dare una valutazione complessiva del sistema tributario. Non solo misurare le tasse, ma valutare quanto pesano gli adempimenti, quanta fatica occorre per ottemperare a tutti, con l’angoscia di aver dimenticato qualcosa, in un sistema sanzionatorio che dovrebbe invece avere un’impostazione più preventiva», ha detto il presidente della Fondazione, Alessandro Laterza. «La ricerca – ha continuato – è un punto di partenza, questi costi e questo impatto sono difficilmente sopportabili».
Parole condivise dal presidente della Piccola industria di Confindustria, Alberto Baban: «Uno strumento giusto, la tassazione, è diventato non accettabile. Non riteniamo giusto il sistema, è arrivato ad opprimere l’economia. Adempiere un proprio dovere è talmente difficile che ormai è percepito come un ennesimo sopruso del pubblico sul privato. Il paese così avrà sempre un momento di probabile collasso, il sistema è al limite». Un imprenditore che guadagna zero paga le tasse, ha aggiunto Baban: «Si colpisce il patrimonio, sulla base di una presunzione di reddito». Bisogna sburocratizzare: «Ci deve essere un compromesso a pubblico e privato, siamo pronti a collaborare, chiediamo al pubblico regole del gioco chiare, riconoscibili. Le imprese resistono, e lo fanno nonostante questa situazione: basti pensare che l’utile netto delle industrie italiane è dello 0,9 per cento».
Dal governo ieri una risposta è arrivata, per lo meno l’ammissione che la pressione fiscale sul lavoro e sull’impresa in Italia è uno dei fattori che penalizza la nostra crescita. È ciò che ha messo i evidenza il vice ministro dell’Economia e delle Finanze, Enrico Morando. Per l’Italia, ha detto Morando, il punto di riferimento deve essere la Germania, primo paese manifatturiero europeo (noi siamo il secondo) e per raggiungere il loro livello di tassazione su lavoro e impresa occorre un intervento di 36 miliardi di euro all’anno, poco più di 2 punti di pil. Una sfida difficile, ma non impossibile, secondo il vice ministro, e comunque opportuna perché rimuove un handicap strutturale. Morando ha anche aggiunto che andrebbero mantenuti gli incentivi del jobs act per le assunzioni anche per il 2016, limitandoli al Sud, ed ha insistito sulla volontà del governo di riordinare il prelievo locale per molte tipologie di tributi «sono una marea e determinano gettito basso», a valere dal 2016 in avanti, per ridurre gli adempimenti delle imprese, senza aumentare il prelievo. Una norma che «non si identifica con la local tax sugli immobili che sarà in capo ai comuni».
Se il vice ministro Morando ha sottolineato la delega fiscale come azione positiva del governo, il presidente del Comitato tecnico per il fisco di Confindustria, Andrea Bolla, durante la tavola rotonda, ha ammesso che la valutazione è positiva, ma che il giudizio è sospeso fino all’approvazione definitiva: «Bisogna evitare passi indietro», ha detto Bolla, aggiungendo che c’è bisogno di un decreto semplificazioni bis. «Da marzo 2014 a marzo 2015 c’è stata una media di 4 provvedimenti fiscali al giorno», ha aggiunto. Ed ha risollevato ancora la questione della tassazione dei macchinari imbullonati. Auspicando, per la prossima legge di stabilità, che non ci siano provvedimenti retroattivi, non si preveda che diventino operative norme prima del luglio del prossimo anno, venga data priorità agli investimenti.
Sulla legge di stabilità si è soffermato anche Vincenzo Boccia, presidente del Comitato credito di Confindustria: bisogna intervenire con un progetto paese per rimuovere gli ostacoli strutturali prima che vengano meno i fattori esogeni positivi, come andamento dell’euro e del petrolio. Per aumentare la produttività delle imprese occorre detassare e decontribuire i premi di produzione, inoltre va realizzata una politica di bilancio che tagli la spesa per ridurre le tasse. E il nostro paese, visto che le risorse scarseggiano, deve utilizzare al meglio i fondi europei per riattivare gli investimenti. «Occorre una presa di coscienza della politica – ha concluso Boccia – per normalizzare il paese e renderlo competitivo».

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