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Imprese nei paradisi, aiuti ko

Aiuti di Stato negati alle imprese con beneficiari effettivi in paradisi fiscali. È legittimo escludere dai soggetti destinatari di un aiuto fiscale le imprese controllate da beneficiari effettivi residenti in Stati non cooperativi. È questa la conclusione che, seppure incidentalmente, si può trarre dalla decisione della Commissione Ue nel procedimento SA.56996 (2020/N) riguardante la Polonia. In particolare, con tale decisione la Commissione ha dichiarato che lo schema di aiuti predisposto dallo Stato polacco in favore del tessuto produttivo, consistenti principalmente nell’erogazione di garanzie e prestiti bancari a condizioni agevolate in favore di piccole e medie imprese, è compatibile con la normativa in materia di aiuti di Stato.

La decisione si inserisce nel novero di quelle afferenti l’approvazione delle misure di aiuto concesse dagli Stati Membri in favore delle imprese colpite dall’emergenza sanitaria. Come noto, infatti, ai sensi dell’articolo 107, paragrafo 3, lettera b), del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue), la Commissione può dichiarare compatibili con il mercato interno gli aiuti destinati «a porre rimedio a un grave turbamento dell’economia di uno Stato membro». Negli scorsi mesi la stessa Commissione ha adottato una comunicazione ad hoc (cd. Temporary Framework) con cui ha definito i requisiti di compatibilità che le misure nazionali devono rispettare affinché possano ritenersi necessarie, adeguate e proporzionate rispetto alla finalità dell’articolo 107, paragrafo 3, lettera b), del Tfue.

L’aspetto più interessante della decisione relativa alla Polonia attiene al fatto che il regime in questione esclude dal novero dei destinatari degli aiuti finanziari le imprese polacche nei casi in cui il beneficiario effettivo di queste ultime, individuato secondo la disciplina vigente in materia di antiriciclaggio, sia fiscalmente residente in una delle giurisdizioni di cui all’elenco (periodicamente rivisto) di paesi non cooperanti a fini fiscali contenuto nelle conclusioni del Consiglio dell’Ue (2020/C 64/03). L’elenco include attualmente le seguenti giurisdizioni: Samoa America, Isole Cayman, Figi, Guam, Oman, Palau, Panama, Samoa, Seychelles, Trinidad e Tobago, Isole Vergini degli Stati Uniti e Vanuatu. Per le imprese polacche escluse dall’aiuto statale è prevista un’eccezione, consistente nell’impegno, da parte del beneficiario effettivo, di trasferire la propria residenza fiscale in uno Stato membro dell’Ue o dello Spazio economico europeo.

La decisione interviene su una tematica specifica, quella gli aiuti finanziari alle imprese, che almeno in apparenza può sembrare di scarso rilievo ai fini fiscali. Così non è, in quanto essa potrebbe costituire un precedente importante anche per le future decisioni fiscali. Nei giorni scorsi (si veda ItaliaOggi del 23 e del 29 aprile scorso) la Francia e il Belgio avevano avanzato (quest’ultimo con un progetto di legge discusso alla Camera) l’idea di escludere dagli aiuti di stato previsti per l’emergenza Covid-19 le imprese legate ai paradisi fiscali, seguendo la scia di analoghe decisioni assunte da Danimarca e Polonia. In particolare il Belgio punta a non consentire più alle imprese in questione di differire, senza penali, il pagamento anticipato dell’imposta sulle società. Concretamente, le imprese belghe che, attraverso un azionista o una filiale, abbiano legami con un paradiso fiscale saranno escluse dal meccanismo di sostegno. Mentre le aziende che hanno attività «reali» in questi paesi fiscalmente «compiacenti» potranno essere aiutate, a patto che dimostrino la propria buona fede. La decisione sul caso polacco fornisce adesso un assist agli Stati membri per rivedere, ed eventualmente ridisegnare, le proprie misure fiscali agevolative circoscrivendone la spettanza a seconda degli assetti proprietari e di controllo, analogamente a quanto fatto dal Paese guidato da Mateusz Morawiecki.

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