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Imprese in pressing sul «made in»

Un’Europa distratta, che dimentica i nodi cruciali del manifatturiero e la necessità di fornire ai consumatori precise informazioni sulla sicurezza dei prodotti. È il “made in”, l’obbligo di inserire l’indicazione di origine tra i requisiti necessari per l’identificazione dei prodotti destinati ai consumatori. Il ventaglio di merci interessate comprende l’insieme dei prodotti commercializzati nella Ue, salvo pochissime eccezioni, siano d’importazione o comunitari. Un obbligo di routine in mercati come quelli di Usa e Canada, in Giappone e persino in Cina. Il Parlamento europeo ha fornito ampio sostegno a questa proposta, ma la parte più difficile resta la ricerca del necessario consenso presso il Consiglio Ue per l’approvazione definitiva della misura.
«È assurdo che non ci sia una normativa europea che tuteli il Made in». «L’Europa è l’unico continente senza una legge in materia». «Un problema di cui si parla da anni, troppi anni». «Un’anomalia molto particolare». Queste le parole che usano, rispettivamente, Vittorio Borelli, presidente di Confindustria Ceramica, Roberto Snaidero (FederlegnoArredo), Cleto Sagripanti (Assocalzaturifici) e Claudio Marenzi di Sistema moda Italia nell’affrontare il tema del “Made in”.
Un dossier caldo, perché rafforza la competitività delle imprese europee, migliora la sicurezza dei prodotti e tutela la salute dei consumatori. «Se l’Europa vuole realmente sostenere il manifatturiero, deve rendere obbligatoria l’indicazione di origine dei prodotti commercializzati al suo interno, come avviene in tutti i principali mercati mondiali – spiega Lisa Ferrarini, presidente del Comitato tecnico per la tutela del Made in e la lotta alla contraffazione di Confindustria -. Il rischio è la progressiva de-industrializzazione dell’Europa, un continente a manifattura ridotta». A oggi, come ha recentemente esposto il vice presidente Antonio Tajani, nella Ue dal 2008 il peso della produzione manifatturiera sul Pil è sceso di 5 punti, passando dal 20 al 15 per cento. In termini occupazionali sono stati persi oltre 4 milioni di posti di lavoro. «Il rischio è che l’Europa diventi un centro commerciale con oltre 400 milioni di clienti dove non vincono più la qualità e l’innovazione, ma il low cost» incalza Ferrarini.
L’approvazione del regolamento porterebbe più sicurezza e una maggiore tutela della salute per milioni di consumatori. «Dai Paesi extra-Ue arrivano prodotti e arredi spesso nocivi per la salute, con livelli di formaldeide fuori norma o, per esempio, divani e poltrone fatti con rivestimenti non ignifughi – sottolinea Snaidero -. Si dovrebbe invece rendere tracciabile ogni arredo con la scheda prodotto, la descrizione tecnica del mobile». Una carta d’identità che accompagna le merci fino al consumatore finale.
«In Europa si creano prodotti d’eccellenza, ma non c’è l’obbligo di indicare il luogo di manifattura. Servono invece regole certe» aggiunge Marenzi. La filiera del tessile/moda arranca anche a causa della contraffazione. «Quelle merci sbarcano nei porti del Nord Europa – aggiunge -. Nella Ue non ci possono essere controlli a due velocità e il nostro Governo non può essere prono verso quei Paesi perché così si distrugge il made in Italy». Marenzi si appella al premier Renzi, «che deve chiedere, impegnandosi senza incertezze, maggiori controlli nei porti d’Europa per individuare le merci sospette». Un’ulteriore preoccupazione arriva poi dall’azzeramento, o dalla forte riduzione, dei dazi doganali sul tessile pakistano. «In pericolo ci sono 40mila posti di lavoro italiani». Ben altra situazione ci sarà con l’indicazione d’origine: secondo Marenzi in Italia si potrebbero creare 200mila posti di lavoro.
«Nella filiera delle calzature il giro d’affari potrebbe crescere del 20% – aggiunge Sagripanti – con un aumento del 10% degli occupati». Il comparto lotta anche contro la contraffazione.
Il made in Italy rimane un must che fatica a imporsi quando ci sono azioni che distorcono il mercato, come il dumping delle piastrelle che arrivano dal Far East. «Sono state eliminate le distorsioni, l’import è calato del 40% e ci stiamo attivando per chiedere la proroga» spiega Borelli.
«È ora che l’Italia vinca una volta per tutte la sua battaglia in Europa – conclude Lisa Ferrarini -. Ci attendiamo che il prossimo semestre di presidenza italiana porti i suoi frutti».

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