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Imprese in crisi, i giudici aprono

Il giudice qualche volta perdona, la Cassazione di solito no. Le sentenze di merito di tribunali e commissioni tributarie di mezza Italia, ultime due decisioni dei Gip di Milano (si veda l’articolo sotto), hanno aperto ormai da tempo un varco nell’impietosa disciplina dei reati fiscali: se l’imprenditore non paga perchè è vittima di «forza maggiore» (per esempio una drammatica congiuntura economica), o peggio ancora perchè è vittima di una Pa debitrice incallita (ma, al contempo, creditore inflessibile), ci sono margini per non dar corso alla condanna penale nè alle sanzioni tributarie aggiuntive.
Questo orientamento “illuminato” delle corti territoriali è però atteso al varco della Cassazione, che arriverà nei tempi lenti della giustizia italiana e che però non promette nulla di buono, e rischia anzi di far apparire le aperture di oggi come un’illegittima “concessione” al contribuente. Basta confrontare le motivazioni del Gip Claudio Castelli di Milano – che argomenta l’assoluzione dell’imprenditore per mancato versamento dei contributi con la scandalosa posizione debitrice della Pa nei suoi stessi confronti – con i precedenti consolidati dalla Suprema Corte, che si limita a una ristretta constatazione: «tassa non pagata = reato consumato».
L’omesso versamento delle imposte (Iva o ritenute alla fonte) per somme superiori a 50.000 euro è tecnicamente un «delitto» punito con la reclusione da 6 mesi a 2 anni. Sul punto, la giurisprudenza di legittimità, con riferimento alla contribuzione previdenziale (e non a quelle tributaria) si è sempre espressa con particolare rigore: la mancanza di liquidità è stata al massimo valutata come circostanza attenuante, mai come esimente.
Di recente, invece, vari tribunali penali hanno ritenuto che la comprovata situazione di difficoltà economica esclude l’elemento psicologico del reato richiesto ai fini dell’integrazione della fattispecie penale di omesso versamento dell’Iva o delle ritenute operate e certificate. La questione evidentemente attiene alla dimostrazione dell’effettivo stato di difficoltà economica.
La casistica affrontata, e per la quale è stata esclusa la responsabilità penale, spazia da un’impresa raggiunta da decreto ingiuntivo per omesso versamento di rilevanti importi all’indisponibilità materiale delle risorse finanziarie. Dal Gip di Milano sono arrivate pronunce particolarmente interessanti perché, pur prendendo atto della sussistenza della condotta illecita, ha ritenuto non provato il dolo dalla circostanza che gli imputati vantavano crediti da enti pubblici, la cui mancata riscossione non consentiva il versamento delle imposte.
In molte situazioni di omesso versamento il contribuente, peraltro, una volta ricevuto l’avviso bonario dell’agenzia delle Entrate, o la cartella di pagamento da Equitalia, aveva provveduto al pagamento di quanto dovuto anche se a rate (e quindi a reato già consumato, in quanto l’omesso versamento dell’Iva si commette alla data della scadenza dell’acconto dell’anno successivo, mentre l’omesso versamento delle ritenute alla scadenza della presentazione della dichiarazione del sostituto di imposta).
Il versamento successivo alla consumazione del reato, però, non fa venir meno la violazione penale ma riduce la pena di un terzo (fino al 17 settembre 2011 della metà).
Sotto il profilo tributario meritano invece evidenza alcune pronunce di merito, che in presenza di difficoltà economica del contribuente (dimostrata in questi casi dal mancato incasso di crediti da parte di enti pubblici ovvero dalla crisi aziendale) hanno riconosciuto la causa di forza maggiore. Così sono state annullate le sanzioni irrogate dall’agenzia in applicazione dell’articolo 6, comma 5 del decreto legislativo 472/1997, secondo cui non è punibile chi ha commesso il fatto per «causa di forza maggiore».

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