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Imprese, il fisco oscuro costa 17 giorni all’anno

Se 137 ore vi sembran poche:?a tanto ammonta, in una media impresa, l’extra carico lavorativo di elaborazioni per far fronte agli adempimenti fiscali di carattere ordinario. Un carico che si aggiunge alle normali pratiche contabili e che non considera eventuali impegni che possono derivare da un’operazione industriale o amministrativa non prevista. Un impegno, insomma, di diciassette giorni lavorativi, calcolati come valore medio: il che significa che, in diversi casi, questi diciassette giorni possono non bastare. A questo sovraccarico si affiancano poi le 300 ore (detto altrimenti, 38 giorni lavorativi)? che un commercialista deve dedicare ogni anno per dare «tranquillità» al cliente, ovvero a cercare di eliminare le preoccupazioni legate al dubbio di non aver applicato correttamente una norma o effettuato in modo adeguato un adempimento.
I due valori, 17 giorni da un lato e 38 dall’altro, sono indicatori che misurano il costo dell’«incertezza fiscale»: un’incertezza che l’Ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di Milano ha voluto pesare con due ricerche sul campo,?l’una concentrata sulle grandi imprese e l’altra dedicata invece alle medie. I?risultati delle ricerche saranno presentati dopodomani a Milano, all’undicesimo Convegno nazionale sulle garanzie e sulle tutele sociali (si veda il box).
«Tutti noi, professionisti, imprese, cittadini, percepiamo un diffuso malessere nei confronti del fisco – spiega il presidente dei commercialisti milanesi, Alessandro Solidoro -, un malessere così evidente da essere dato per scontato. Abbiamo voluto capire quanto può valere questo malessere, in termini di giornate lavorative e di extra costi».
Per misurare il “fastidio fiscale”, le due ricerche – l’una dell’Ordine dei commercialisti di Milano, coordinata da Massimo Cremona, e l’altra dell’Università Bocconi di concerto con l’Ordine di Milano, coordinata da Carlo Garbarino – hanno interpellato imprese e professionisti milanesi, facendo emergere i dati e i punti critici ricorrenti del rapporto tra attività economica e fisco.
«Non è solo un problema di entità dell’imposizione – puntualizza Solidoro -. Siamo ormai consapevoli che i vincoli europei e l’alto livello del nostro debito obbligano di fatto lo Stato a una tassazione sopra la media. Ma a rendere veramente odioso il prelievo è anche la modalità. Si chiede tanto e si chiede male».
Le variazioni frequenti delle norme, la loro mancanza di chiarezza, la retroattività cui il legislatore fa ricorso troppo spesso sono tutti motivi – immaginabili – di malessere, confermati dalle ricerche.
Ma i professionisti – sono stati interpellati 8.308 professionisti e i tax directors delle grandi imprese – lamentano anche un utilizzo insufficiente dell’autotutela da parte dell’amministrazione, che sfocia poi in contenziosi che si sarebbero potuti evitare. Tenendo presente, poi, che le 300 ore che il professionista dedica alla ricerca della «tranquillità fiscale» del cliente di rado vengono remunerate o remunerate adeguatamente.
Dalle due indagini emerge, infine, un differente approccio alla ricerca della tranquillità tributaria:?mentre tra le grandi imprese l’incertezza è temuta molto come «costo reputazionale» (in ragione dei danni d’immagine che possono derivare da una contestazione), tra le medie è più evidente la preoccupazione per il tax rate, la pressione fiscale reale.

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